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I 44 anni della Comunità di Sant'Egidio

Segnalo articolo interessante di Barbara Palombelli comparso sul Foglio di ieri e che riporto qui di seguito.
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L'osservatrice romana

Quarantaquattro anni dopo, non siamo in tanti a ricordarci di quei ragazzini borghesi del liceo Virgilio che scelsero di vivere a modo loro il vento della contestazione arrivato dagli Stati Uniti e da Carnaby Street. Niente Piper, niente Bandiera Gialla, poca piazza. Andavano a stare insieme ai baraccati – italiani e rom – che dormivano lungo il Tevere. Strani tipi, normalissimi eppure diversi dagli altri, noi, che ci vestivamo da barboni per sembrare molto impegnati e ce l’avevamo col mondo lontanissimo degli imperialisti, battendoci in nome dei diseredati sconosciuti e volendo stare al fianco di categorie precise.
Gli operai della Fatme erano il nostro laboratorio, gli affamati senza tessere erano il loro mondo. Quando ci s’incontrava, c’era affetto vero. Migliaia di filmati e fotografie celebrano oggi le imprese di valle Giulia, le facce dei movimenti che Paese sera pubblicava, neppure un minuto di quegli anni a sinistra è stato trascurato.
A ricordare quegli studenti cattolici e solidali è invece – ogni anno – una solenne celebrazione religiosa. Si prega insieme ai primi e agli ultimi: è questa la formula vincente della comunità di Sant’Egidio, fondata dai liceali del Virgilio e oggi celebrata in tutto il mondo come esempio di impegno autentico, trasversale, tangibile. L’Onu di Trastevere, come la chiamava Igor Man, cura in Italia e nel mondo chi non ha niente e nessuno, intrecciando fili che uniscono capi di stato esiliati e vittime delle tragedie contemporanee, dall’Aids alle ferite di guerra, dalla fame alle discriminazioni razziali.
Mercoledì primo febbraio ci si ritroverà, come sempre, in San Giovanni. Eppure, questa volta il compleanno sarà diverso da tutti i precedenti. Dopo quasi mezzo secolo di lavoro sganciato da schieramenti politici e da scese in campo sempre negate e sempre rifiutate, Andrea Riccardi è ministro. Governa un pezzo di questo paese, in nome degli stessi ideali di allora (cercando di conquistare spazi molto ben protetti dai diplomatici). Andrea è un uomo retto, colto, profondo e ironico. Il suo sguardo non è distante, ti guarda come chi ha vissuto e sa quasi tutto del mondo. Tanti anni, tanti incontri, una cattedra di storia, una missione e una “visione” di come dovrebbero andare le cose. Quanti possono vantare le sue credenziali? Pensate cosa possa significare essere stato il cocco di Giovanni Paolo II e dell’attuale pontefice, il migliore amico di due personalità straordinarie come questi due papi.
Sarebbe davvero un segno quasi miracoloso se Andrea, il prossimo anno, accettasse quella candidatura che qualcuno gli ha già proposto per diventare sindaco di Roma. Sarebbe un riscatto dovuto a una città che – in modo invisibile e sotterraneo, quotidiano ed efficace – tesse una rete vera di solidarietà che una certa politica sempre vuole insieme cavalcare e spezzare, utilizzare e poi nascondere. Sarebbe un sogno vedere improvvisamente emergere e vincere l’altra Roma: quella della cultura e della solidarietà, troppo spesso snobbata da chi vuole essere cinico e malfidato a tutti i costi. Nella profonda tristezza e nel profondo malcostume in cui l’attuale amministrazione capitolina ci ha fatto piano piano sprofondare – fra le mille inutili e inconcludenti polemiche quotidiane per i posti da spartire in giro – mi piace immaginare che Andrea Riccardi continui a fare politica e non solo in un governo tecnico.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Barbara Palombelli

25 gennaio 2012
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