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L’occupazione straniera nelle piccole imprese italiane


Quanto influisce la crisi economica sull’occupazione della popolazione immigrata ? Ma anche, quali sono i motivi che spingono le piccole imprese italiane ad assumere manodopera straniera ? Sono alcune delle domande che si è posto lo studio della Fondazione Leone Moressa appena pubblicato dopo aver intervistato 800 piccole imprese italiane. Le imprese sono state selezionate e classificate in base alla macroarea di localizzazione (Nordest, Nordovest, Centro, Sud-Isole) ed alla categoria economica  di appartenenza (Edilizia, Manifattura, Servizi alle imprese, Servizi alle persone).   Gli effetti della crisi economica si fanno sentire con un calo dello -0,8% (stimato in 11 mila stranieri occupati in meno) nel corso della prima parte del 2012. Purtroppo anche le previsioni per il 2° semestre indicano un calo ulteriore del –1,3% (pari a quasi  18 mila unità in meno).  Tale calo di occupazione è previsto soprattutto nel nord e nel sud Italia. Se invece guardiamo alla tipologia delle aziende, i settori maggiormente coinvolti dalla perdita di occupati sono i comparti della produzione (-3,1%) e dell’edilizia (-2,6%). Secondo questo studio,  la domanda di manodopera straniera da parte delle piccole imprese è determinata in prevalenza da una scarsa disponibilità dei lavoratori italiani a svolgere determinate mansioni dalla più bassa qualifica, nonostante i contratti di lavoro con cui essi sono inquadrati sono in prevalenza a tempo indeterminato.  Quasi la metà delle piccole imprese hanno infatti dichiarato di aver assunto manodopera straniera per il fatto di non riuscire a trovare quella locale, mentre solo il 2,3 % ha dichiarato che il motivo fosse perché si pagano di meno.  Chiaramente lo studio si basa esclusivamente su quanto dichiarato dagli imprenditori  e potrebbe quindi essere viziato dal desiderio di apparire il più possibile onesti, ma certamente  il dato sulle tipologie contrattuali esaminate, costituite per più dell’80% da contratti a tempo indeterminato, indica che si tratta comunque di lavori appetibili in tempo di crisi in quanto non di tipo precario. L’incontro tra impresa e lavoratore straniero avviene nella maggior parte dei casi per contatto diretto (53,2%) o per segnalazione (24,4%) e appena il 10% fa ricorso alle agenzie di impiego.  Il 60,6% delle imprese, infine, versa gli stipendi dei lavoratori stranieri su conto corrente, il 32,1% salda i crediti tramite assegno e solo il 7,4% dei pagamenti avviene in contanti.  Lo studio è utile anche per tracciare un’identikit dei lavoratori stranieri impiegati nelle piccole imprese italiane, relativamente alla loro provenienza, formazione  e conoscenza della lingua italiana. Rispetto al paese di origine, la maggioranza  proviene da paesi europei non comunitari (35,4%), come Albania (13,7%), Moldavia (5,6%) e Macedonia (5,6%). Notevole è anche la presenza di addetti stranieri provenienti da Africa (28,3%) e da paesi comunitari (22,7%), soprattutto dalla Romania (20,8%). Rispetto alla professione ricoperta e all’esperienza richiesta, gli stranieri per la maggior parte ricoprono mansioni non qualificate (67,5%), mentre il 30,6% risulta essere operaio specializzato. A questi lavoratori d’altronde, non viene richiesta un’esperienza lavorativa particolare: più della metà degli imprenditori intervistati (51,0%) ricerca lavoratori stranieri con esperienza lavorativa generica.
“La crisi che ha coinvolto il sistema della piccola impresa in Italia – osserva la Fondazione Leone Moressa- ha colpito e continuerà ancora a colpire la manodopera straniera, sebbene il lavoro degli immigrati, soprattutto in alcuni settori, sia indispensabile per ricoprire mansioni dalla bassa qualifica poco attrattive per i lavoratori italiani. Proprio per il tipo di inquadramento contrattuale a tempo indeterminato con cui gli stranieri sono assunti, la piccola impresa può rappresentare un’opportunità di integrazione per il lavoratore immigrato. Se la presenza di lavoratori stranieri da una parte assicura la sopravvivenza di queste imprese, dall’altra il ricorso alla manodopera immigrata potrebbe limitare gli investimenti in innovazione frenando il percorso di incremento della produttività. Tuttavia, viste le caratteristiche di queste imprese, spina dorsale del sistema economico italiano, il lavoro immigrato risulta una risorsa necessaria e da valorizzare”.

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