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Un minuto di silenzio

Nell’ambito del lutto nazionale per le vittime della tragedia di Lampedusa, il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, M. Chiara Carrozza, ha firmato una circolare invitando scuole ed università ad osservare un minuto di silenzio, venerdì 4 alle ore 12.00, “con l’auspicio che possa seguire un momento di confronto sui temi dell’accoglienza, dell’integrazione e dell’immigrazione”.
E così venerdì scorso, nelle scuole di ogni ordine e grado - anche nella mia -, si è annunciato questo gesto piccolo, ma grande, che significava che quei morti di Lampedusa erano morti “nostri”, che la tragedia toccava tutti noi, che nessuno poteva restare indifferente, che tutti erano chiamati a farsi turbare.
E questo vorrei poter dire. Che nel dibattito che ha preceduto e seguito quel minuto di silenzio tutti sono rimasti turbati, che un moto di compassione ha pervaso le scuole. Vorrei poterlo dire perché credo nella scuola e credo nel futuro che i giovani di oggi costruiranno.
Dico invece che non dappertutto il minuto di silenzio è stato compreso, accettato, vissuto con partecipazione. Qua e là si è registrato - riferisco quanto ho visto e sentito, nonché quanto visto e sentito da altri colleghi - qualche mugugno, qualche opposizione. Alcuni ragazzi - ma, ahimé, anche alcuni adulti - sostenevano che non era opportuno, non era giusto ricordare degli “altri da noi”. “Sì, il Ministero, la scuola, dicono che sono come noi. Ma non è vero, non sono come noi!”.
Ecco, un altro mare si allargava, un altro abisso si spalancava, a creare un’estraneità capace di vincere anche la pietà. Un altro mare, pronto a inghiottire questa volta l’umanità e il sentimento di chi si apre alla vita, di chi meriterebbe altro che un precoce inverno del cuore.
Del resto, tutti ci meriteremmo una nuova primavera di umanità. Come si legge in un recente romanzo danese sull’immigrazione e sul diritto d’asilo, “quando una nazione non si lascia più turbare dalla sofferenza e dal lutto”, quella nazione ha un orizzonte triste e meschino davanti a sé.
Questa consapevolezza ci chiama a parlare. Docenti, genitori, chiunque. Con tutti, giovani e adulti. Da quel minuto di silenzio, appena celebrato, deve discendere un torrente di parole, capace di toccare di più i cuori e le menti, di schiudere un moto di umanità e di speranza. Quel silenzio ci chiede di cambiare il mondo. Le parole che ne scaturiranno ci diranno che è possibile farlo.

Francesco De Palma

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