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Centrafrica: la crisi vista dai missionari Carmelitani


Le lettere circolari che i Carmelitani scalzi missionari in Centrafrica inviano dalle loro 5 case di formazione a Bangui, Bouar, Bozoum, Yolè, Baorò, sono diventate negli ultimi mesi dei veri e propri notiziari, resoconto puntuale sull’evoluzione della crisi del Paese, nella capitale come negli sperduti centri minori e costituiscono una testimonianza dimostratasi preziosa anche per informare i Governi europei e le Nazioni Unite.
Ripercorriamo la storia delle violenze e delle speranze di pace degli ultimi mesi attraverso tali lettere e a quelle scritte alla Comunità di Sant’Egidio, impegnata da tempo nel favorire il processo di pacificazione e in favore del dialogo politico delle parti in lotta e nella cui sede, il novembre scorso, si è firmato il “Patto repubblicano”, appoggiato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall’Unione Africana.
Nel marzo scorso, quando i ribelli della Seleka avevano dato luogo a un colpo di stato, i notiziari segnalavano attacchi e saccheggi delle milizie arabo-musulmane in particolare contro le missioni cattoliche. Padre Federico Trinchero scriveva da Bouar, durante la settimana santa:
Mentre siamo a cena arriva la notizia che i ribelli sono stati a Baorò e hanno preso soldi e una vettura. Ormai ce li aspettiamo in casa …. Teniamo il gruppo elettrogeno acceso, ma accendiamo soltanto poche luci in modo che, se dovessero arrivare, i ribelli non localizzino immediatamente il nostro convento. La città piomba in un silenzio assoluto …  
Mercoledì mattina i ribelli arrivano in città … A mezzogiorno papa Francesco lancia un appello per la pace in Centrafrica. Che onore! Che gioia! Il papa ha pensato a noi nella sua prima udienza del mercoledì … Sapere di essere nei pensieri e nelle preghiere del papa ci commuove, le sue parole ci scaldano il cuore, ci ridanno coraggio e tolgono un po’ di paura. Ma, purtroppo, l’appello del papa resta inascoltato … Quando è ormai buio e siamo a cena arriva una macchina. Sono loro. Ci precipitiamo alla porta, forse anche un po’ curiosi di vedere i loro volti. I mitra che portano al collo mi convincono che è meglio attendere prima di invitarli a cena. Sono in due: uno in abiti civili e l’altro vestito da militare. Parlano un sango, la lingua locale, un po’ diverso da quello della nostra zona … mi accorgo della sofferenza, della confusione e dell’umiliazione che abitano nei cuori dei miei confratelli autoctoni, per certi aspetti più a rischio di noi europei … Mentre li aiutiamo a caricare il maltolto ci accorgiamo che il veicolo è stracarico di armi e munizioni. Non ne ho mai viste così tante in vita mia. Quando il veicolo parte osservo il fusto di gasolio appoggiato su quella montagna di armi; quasi temo che esploda, ma è poi una  preghiera che mi sgorga nel cuore: “Fa’, o Signore, che quelle armi non uccidano nessuno, fa’ che quel gasolio si trasformi in olio di pace, fa’ che diventi balsamo sulle ferite della nostra gente, fa’ che i fiumi di petrolio che scorrono sotto il suolo del Centrafrica diventino fiumi di giustizia”.

A luglio la situazione sembra migliorare, seppure ancora molto precaria. Si contano i morti mentre continuano i saccheggi.
Il 7 luglio, padre Federico scrive alla Comunità di Sant’Egidio: “La situazione è stabilmente precaria, anche se resta molto preoccupante. Giorni fa ci sono stati ancora dei morti in alcuni quartieri di Bangui. Pare tuttavia che sia incominciato una sorta di ‘disarmamento’ dei ribelli. Scuole e banche sono purtroppo ancora chiuse. I vescovi hanno scritto una lettera molto forte … 
Tutto quello che potete fare ben venga! Magari come siete stati bravi in Mozambico, così potete riuscirci in Centrafrica. Anche se la situazione è per molti aspetti più complessa e inedita. Noi stessi che abitiamo qui, fatichiamo a capire cos’è veramente successo, cosà succederà in futuro e come muoverci ora. Nel frattempo restiamo, felici di restare qui”.

L’11 settembre, la notizia dell’accordo stipulato a Sant’Egidio, fa sperare per una situazione che appare sempre più incerta e drammatica, con episodi e scontri in provincia che fanno temere la degenerazione della crisi in un conflitto tra cristiani e musulmani: “E difficile anche per noi comprendere cosa stia realmente succedendo e come evolverà la situazione. Non ci resta che sperare, continuare a lavorare, non lasciare il paese. ..soprattutto un grande grazie a quanti di sant’Egidio hanno contribuito all’accordo. W la pace!

La sera del 5 dicembre padre Federico scrive da Bangui, di una situazione improvvisamente precipitata, con scontri e saccheggi in tutta la città, circa 600 morti e 100.000 profughi nel Paese. Più di 2000 persone si rifugiano al Carmelo, in maggioranza donne e bambini molto piccoli, come in molte altre parrocchie e case religiose; pochi uomini, pochissimi anziani, sfamati grazie all’aiuto di vicini musulmani, e in seguito della Croce Rossa, che segnala numerosi campi analoghi nel Paese, alcuni anche di 10.000 persone. Il passaggio dei primi caccia francesi il 6 dicembre viene accolto da applausi. Federico commenta: “già ai tempi di papa Leone Magno il popolo di Roma si salvò dai Vandali rifugiandosi nelle chiese. La storia si ripete ed ogni epoca ha la sua seleka… e per fortuna i suoi Leone Magno! (…)
I volti più tristi sono quelli dei giovani e degli uomini della mia età. Sono esausti. Che futuro
li attende? Deve essere insopportabile avere una voglia matta di ribellarsi e non poterlo fare ( ...)
La nostra chiesa-ospedale da campo si è mobilizzata con una efficacia impressionante. Per caso ci è capitato di vivere questa cosa. Ed è un dono che non vogliamo sprecare. E ci dispiace per voi che siete tanto in pensiero per noi. Ma le vostre preghiere, la vostra amicizia ci sostengono più di quanto possiate immaginare …  Ascoltiamo le notizie e ci fa piacere sapere che il mondo parla di noi. Poi preghiamo per i nostri 2000 ospiti. Questa gente che proteggiamo in realtà ci protegge. Ne approfittiamo anche per chiederci perdono l’un l’altro perché con la tensione ci possono essere state delle parole dure tra noi e piccole incomprensioni. Se vogliamo - e quanto la vogliamo! – la pace nel paese, dobbiamo fare in modo che ci sia pace innanzitutto tra di noi.

l’Arcivescovo di Bangui
Il 10 dicembre, censiti 2632 ospiti, ancora padre Federico commenta: “Da sei giorni andiamo avanti più o meno così. Stiamo facendo una cosa che nessuno di noi aveva mai fatto e mai vissuto in vita sua. Una ONG avrebbe fatto forse meglio, ma sicuramente più tardi. La Chiesa, invece, è arrivata prima. Anzi: era già qui, non se ne è andata e quasi non si è accorta di restare. E i poveri hanno capito che venire qui era fare la strada più corta e andare nel luogo più sicuro”.

In questo periodo l’Arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, l’ Imam Omar Kobin Layama e il Pastore Nicolas Guerekoyame Gbangou, svolgono un lavoro di pacificazione tra le comunità religiose in un contesto di gravissimo rischio personale. I loro viaggi in molte città del paese per promuovere la riconciliazione testimoniano con forza la lunga tradizione di coesistenza tra comunità religiose ed etniche in Centrafrica e dicono con chiarezza che nessuno può legittimamente utilizzare la religione come giustificazione alla violenza.

Riunione di p. Gazzera con la Seleka
Nella missione di Bozoum, nel nord-ovest del Paese, padre Aurelio Gazzera accoglie 5700 profughi, mentre altri 3000 si rifugiano presso la moschea. Pur se accusato di parzialità, e minacciato più volte, padre Aurelio soccorre e raccoglie i feriti nella regione, seppellisce le vittime, organizza contatti e trattative con i dirigenti locali della Seleka, affrontandoli con coraggio e rinfacciandogli i soprusi subiti dalla popolazione nei mesi scorsi, e con le milizie di autodifesa, assieme ad Imam locali, per scongiurare odi etnici e religiosi.  “Stiamo facendo un po' di Sant’ Egidio - scrive padre Aurelio -, con riunioni e mediazione tra anti-balaka (anti-machete, ndr), musulmani, Seleka... speriamo”); nei giorni scorsi, infatti nel villaggio si erano verificate rappresaglie contro civili musulmani, con più di 20 morti . Ottiene la deposizione delle armi da parte delle milizie di autodifesa (anti Balaka), e la rinuncia delle ronde armate e dei taglieggi da parte della Seleka (in tutto circa 3000 uomini in armi nella zona).

Il 17 dicembre i militari francesi raggiungono Bozoum, accolti come liberatori dalla popolazione, e stupiti per il lavoro di riconciliazione operato da padre Aurelio. Inizia il disarmo delle diverse parti, i rifugiati nella missione si preparano a tornare nelle loro case; a sera, padre Aurelio commenta: “Terminiamo l'incontro con un grande GLORIA , cantato e ballato. Stasera c'è un'atmosfera molto allegra: è come se fosse Natale!”.

Il 20 Gennaio 2014 il Consiglio Nazionale di Transizione elegge Presidente di transizione, sua eccellenza Catherine Samba-Panza.  La delegazione della Repubblica del Centrafrica riunita in quel momento a Roma, presso la Comunità di Sant’Egidio e composta da rappresentanti della Presidenza, del Governo, del Ministero della Comunicazione e della Promozione e della Riconciliazione nazionale, della Autorità Nazionale per le Elezioni e della società civile, esprime il pieno sostegno alla neo eletta e, in un comunicato, riafferma davanti alla comunità internazionale l’attaccamento al Patto Repubblicano, documento fondamentale per la riconciliazione nazionale e la transizione istituzionale del paese, elaborato sotto l’egida della Comunità di Sant’Egidio e adottato a Bangui dai leader del paese il 7 novembre 2013.

Il 25 gennaio viene nominato il nuovo Primo Ministro, André Nzapayéké, vice presidente della Banca per lo sviluppo dell’Africa Centrale che subito pone come priorità la riconciliazione nazionale: “Contatterò le varie parti per fare cessare immediatamente le violenze in atto in questo paese. Dobbiamo porre fine a tutto questo rapidamente. E in ogni caso formare una squadra incaricata della riconciliazione nazionale”.
Ma nonostante la presenza delle forze militari francesi e africane continuano le violenze, soprattutto nelle aree più isolate.

Il 31 gennaio la Croce Rossa del Centrafrica riferisce che negli ultimi quattro giorni di violenze a Bangui si contano 43 morti e oltre 70 feriti: si tratta in molti casi di rappresaglie e vendette incrociate mentre gran parte degli ex ribelli Seleka sta abbandonando la capitale.
Da Parigi, dove sono giunti nell’ambito di una visita a tappe nel continente per per attirare l’attenzione sul dramma della Repubblica Centrafricana l’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, e l’imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica centrafricana riconoscono che “per arrivare a questa situazione, è occorso che la religione sia stata fortemente strumentalizzata”, mentre denunciano che questo è accaduto anche grazie alla presenza nelle file di Seleka di diversi mercenari provenienti da Ciad e Sudan che hanno vessato la popolazione cristiana centrafricana. L’arcivescovo ha concluso lanciando un allarme sulla possibilità che il Centrafrica attiri miliziani estremisti da altre parti del mondo: “Certi estremisti, in Afghanistan o in Somalia, non attendono che una parola per precipitarsi in Centrafrica. Anche per questo occorre proteggere i musulmani locali”.

La questione è ancora aperta, tra minacce di guerra e speranze di pace. 
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