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La pazzia della guerra, la decisiva responsabilità delle religioni

In due giorni Papa Francesco ha espresso con forza il suo pensiero sulla guerra. All’Angelus di domenica l’ha definita senza mezzi termini “una pazzia”. Da questa pazzia l’umanità non ha ancora imparato la lezione -ha detto il papa - riferendosi alle troppe guerre ancora in corso dopo le due mondiali. Sono parole ispirate alla visita ai sacrari dei caduti austro-ungarici e italiani della prima guerra mondiale, sabato in Friuli.
Francesco si è recato in due diversi cimiteri: quello austro-ungarico di Fogliano, dove sono le spoglie di quasi 15mila caduti. In seguito ha visitato il Sacrario militare di Redipuglia, che custodisce le salme di 100.187 italiani. Era accompagnato da vescovi italiani, austriaci, croati, ungheresi e sloveni. E’ una visita di grande significato, che unisce simbolicamente popoli che cento anni fa si sono combattuti in una guerra che ha segnato la svolta nella storia delle guerre: è diventata mondiale e ha coinvolto milioni di civili, in maniera estesa e drammatica.

Thomas Mann, in uno dei più grandi romanzi del Novecento, La montagna incantata, l’ha descritta come frutto della “grande ebetudine”. Un mondo d’inebetiti che non è riuscito ad opporsi alla guerra. Quella prima guerra mondiale, madre di ogni guerra contemporanea, si sarebbe potuta evitare. Questa è l’idea del papa, mentre il suo pensiero si allarga alle guerre dei nostri giorni, che ha definito la terza guerra mondiale a pezzi. Le guerre non sono inevitabili. Sono una malattia dell'umanità e lasciano il mondo peggiore di come l'hanno trovato. Il papa guarda con preoccupazione il mondo di oggi: la guerra è tornata sul territorio europeo tra Russia e Ucraina, l’architettura del Medio Oriente è saltata in due anni, mentre i profughi fuggono perseguitati dal Nord Iraq. La Siria è in preda a una guerra dilaniante e inumana. La Libia è in fiamme. In Nigeria i Boko Haram cercano di dominare su una parte del grande paese africano. Storie dolorose che nascono anche dalla riabilitazione dello strumento della guerra, e in alcuni casi dalla commistione tra religione e violenza. Storie dolorose che generano una rassegnazione generale nei confronti della guerra. E’ a questa rassegnazione che il papa cerca di rispondere. Ieri ha detto: “Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!”
E’ la risposta di un credente che cerca di vincere il realismo rassegnato di chi ritiene che solo la guerra può essere uno strumento per risolvere i conflitti. In questo ultimo anno il papa ha evidenziato il suo desiderio di pace con due segni: la preghiera e il digiuno lo scorso settembre per evitare un ulteriore conflitto in Siria e il recente invito a palestinesi e israeliani a pregare per la pace in Vaticano. Francesco sente di avere una responsabilità decisiva per la pace. Lo sente come vescovo e guida della Chiesa cattolica, ma sa che è necessario coinvolgere le religioni nello stesso spirito. La settimana scorsa in un suo messaggio all’incontro religioni e culture in dialogo ad Anversa in Belgio, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ha scritto: “È giunto il tempo che i capi delle religioni cooperino con efficacia all’opera di guarire le ferite, di risolvere i conflitti e di cercare la pace. La pace è il segno sicuro dell’impegno per la causa di Dio. I capi delle religioni sono chiamati a essere uomini e donne di pace. Sono in grado di promuovere una cultura dell’incontro e della pace, quando altre opzioni falliscono o vacillano”.

Le religioni hanno una responsabilità decisiva. In questo mondo, spaventato dalla crisi economica, - ha detto Andrea Riccardi ad Anversa - ci vuole un soffio che rianimi la speranza e guidi alla coscienza di un destino comune. Le religioni mostrano che le persone compiono un unico grande viaggio e che hanno un destino comune. E’ una coscienza basilare: quella di un destino comune da vivere nelle diversità. E’ una coscienza da non perdere nell’intrico degli odi e degli interessi, nelle perversioni della cultura, nei fanatismi. Bisogna rianimare i cantieri dell’unità, soprattutto una tensione unitiva, semplice e basilare.
Per fare questo il papa indica una strada molto umana: quella di partire dalle sofferenze di chi è vittima delle guerre. Lo fa con parole che toccano il cuore e le coscienze: “con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da "A me che importa?", al pianto. Per tutti i caduti della "inutile strage", per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Chi tocca le sofferenze della guerra, condividendo almeno un po’ il dolore delle vittime, sa che deve lavorare e vivere per la pace.

Marco Impagliazzo

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