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Il Nobel per la Pace e i diritti dell’altra metà del mondo

E’ stato consegnato ieri a Oslo un Nobel per la Pace “doppio”, nelle persone di Malala Yousufzai e a Kailash Satyarthi, un’adolescente e un uomo provenienti da Paesi - il Pakistan e l’India - che si sono spesso guardati in cagnesco, ma che si sono ritrovati uniti in una battaglia più grande e più nobile, quella della protezione dei minori contro lo sfruttamento e della tutela del loro diritto all’istruzione.
La scelta di quest’anno assume quindi un grande valore, amplificato dalla stessa età di una dei due assegnatari, la diciassettenne Malala, la più giovane “laureata” della storia del
premio, e dalla provenienza geografica di entrambi, il Sud del mondo. 
In un tempo in cui lo spazio per la dimensione “sociale”, “universale”, dei diritti umani sembra restringersi, e la battaglia pare concentrarsi sull’aspetto “individuale” degli stessi (i diritti "civili"), il Nobel per la Pace ci costringe a riconoscere che tuttora “grande è il disordine sotto il cielo”, più grande di quel che crediamo pensando il mondo dal comodo rifugio della nostra psiche, e che però, contrariamente a quanto pensava Mao, “la situazione NON è eccellente”. C’è un grande bisogno che i diritti degli altri vengano riconosciuti e garantiti, che ci si mobiliti qualora questo non succeda, che si ricostruisca una cultura umanistica, inclusiva ed estensiva, guardando agli altri, guardando a tutti.
Perché, come scriveva la stessa Malala un paio di anni fa, “non potremo avere successo come razza umana, se la metà di noi resta indietro […]. Non dobbiamo dimenticare che milioni di persone soffrono per ignoranza, povertà e ingiustizia. Non dobbiamo dimenticare che milioni di persone non hanno scuole. [Ma] ci faremo sentire, parleremo per i nostri diritti e così cambieremo le cose. […] Le nostre parole possono cambiare il mondo. […] Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo”.

Francesco De Palma

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