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La straordinarietà della misericordia

Nel giorno in cui compiva il secondo anno di pontificato papa Francesco ha, un po’ a sorpresa, annunciato l’indizione di un Anno Santo della Misericordia, un Giubileo straordinario che inizierà il prossimo 8 dicembre, nel 50° anniversario della chiusura del Vaticano II, e si concluderà il giorno della successiva festa di Cristo Re, 20 novembre 2016. 

“Io credo che questo sia il tempo della misericordia”, aveva detto Bergoglio nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal suo primo viaggio internazionale, in Brasile, nel luglio 2013. E ieri ha aggiunto: “Ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la propria missione di testimone della misericordia. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della Misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: ‘Siate misericordiosi come il Padre’. Sono convinto che tutta la Chiesa potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione agli uomini e alle donne del nostro tempo”.
Il nuovo Anno Santo mostra con chiarezza il volto della Chiesa di Francesco, la visione evangelica di papa Bergoglio. Ovvero la Chiesa come madre, madre che va in cerca dei suoi figli, in particolare dei feriti e dei lontani, per curarli e accompagnarli. Se la Chiesa è “in uscita” lo è per allargare il suo sguardo, per allungare il suo passo, per essere capace di quell’incontro per cui non sarebbe preparata se continuasse a misurarsi solo con le proprie questioni interne, con la propria “burocrazia”, con la propria abitudine a dire “Questo è giusto, questo è sbagliato”. Se l’attuale è il tempo della misericordia è necessario muoversi con maggiore passione, maggiore inventiva, maggiore libertà, sulle strade che portano ai cuori induriti, indifferenti, stanchi, oppressi, di milioni di uomini e di donne. 
“La strada della Chiesa”, aveva detto Francesco il 15 febbraio scorso davanti a nuovi e vecchi cardinali - “è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a quanti la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle ‘periferie’ dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: ‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano’”.
L’Anno Santo sarà allora un tempo di uscita, di cammino al di fuori dei riti e dei percorsi consueti. E però pure un tempo di ritorno, di convergenza, di unità. Pur nella novità del suo gesto è interessante come papa Francesco operi una chiamata spirituale e concreta a Roma. E’ qui tutta la saggezza e la cattolicità di una Chiesa che trae dal suo tesoro
cose nuove e cose antiche per una comunione più ampia e articolata. 
La chiamata è a Roma. La chiamata è alla memoria del Concilio. Il riferimento al Vaticano II è un elemento particolarmente significativo. E il gesto di Bergoglio, le sue parole, rimandano direttamente a quelli di Giovanni XXIII nell’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, per l’apertura della prima sessione conciliare: “Ora, tuttavia, la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne. […] La chiesa cattolica, innalzando, per mezzo di questo concilio ecumenico, la fiaccola della verità religiosa, vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà”. 

Francesco De Palma

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