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Da 750 anni risuona il monito di Dante: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”

Ricorrono in questo 2015 i 750 anni dalla presunta data di nascita di Dante Alighieri (maggio 1265?). Padre della lingua italiana, cantore delle migliori virtù umane e cristiane, uomo di grande passione civile, sognatore di un mondo in cui Chiesa e Impero, poteri politici e religiosi concorressero al bene dell’intera famiglia umana, il poeta è stato celebrato più che degnamente nei giorni scorsi. 

Ne ha parlato perfino papa Francesco, che lo ha elogiato quale “profeta di speranza e di riscatto”. Lui, che pure fu combattuto dalla Chiesa del tempo, e le cui idee vennero messe all’Indice, è oggi riconosciuto come un uomo dalla fede profonda e sincera, figlio di una Chiesa che avrebbe voluto povera e pura, araldo della possibilità del cambiamento, della possibilità di uscire “a riveder le stelle”. Sì, ha detto Bergoglio, “onorando Dante Alighieri, potremo arricchirci della sua esperienza per attraversare le tante selve oscure ancora disseminate nella nostra terra e compiere felicemente il nostro pellegrinaggio nella storia, per giungere alla meta sognata e desiderata da ogni uomo: ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’”.
Uomo di pace e d’integrità, nemico di ogni ingiustizia e corruzione, desideroso di una profonda trasformazione di questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, Dante è stato celebrato anche dalle autorità civili, al Senato, con la presenza d’eccezione di uno dei grandi divulgatori della Commedia, quel Roberto Benigni che riesce a tenere incollati gli spettatori alla televisione anche affrontando i canti meno semplici dell’opera. “La Commedia è un vero miracolo” - ha detto quest’altro toscano famoso in tutto il mondo -, “non è solo l’apice della letteratura italiana, bensì l’apice di tutte le letterature. 

Sì, dobbiamo molto a Dante. Come italiani e come uomini. Lui, un profugo, un rifugiato, un uomo che sapeva quanto è “duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. A noi, figli del “bel paese là dove ‘l sì suona”, ma a tutti, insegna a non cercare la compromissione con se stessi o col potere, a non vivere “sanza ‘nfamia e sanza lodo”, a considerare “la [n]ostra semenza: / fatti non f[ummo] a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza’. A non esser del “vero […] timid[i] amic[i]”, a non accontentarci di navigare a vista in un presente confuso, bensì a coltivare una visione, e a guardare piuttosto a “coloro / che questo tempo chiameranno antico”.

Francesco De Palma

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