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Firenze, dialoghi di civiltà tra Oriente ed Occidente. Perché parlarsi è scoprire le comuni radici degli uomini e dei popoli

Nella città che era il centro culturale ed economico del mondo di allora, alcuni anni dopo che un’epidemia giunta dall’Oriente aveva spazzato via tra un terzo e un quarto della popolazione italiana, travolto i tradizionali punti di riferimento, allentato i vincoli sociali, Giovanni Boccaccio aveva un problema: come riannodare i legami tra gli uomini e le varie componenti cittadine? come ricostruire una società che fosse insieme borghese e cortese? come far rivivere una civiltà?
La risposta, lo sappiamo, fu il Decameron. Dieci giovani, sullo scenario di una Firenze in disfacimento, scelgono di restare insieme, di darsi un ordine e una prospettiva, di parlarsi. Parlarsi - questa la cifra del capolavoro di Boccaccio - fa vivere. Fa rivivere. 

Perché parlarsi è raccontare, commentare, riflettere. E’ spiegare le proprie ragioni e ascoltare quelle dell’altro. Perché parlarsi è scoprire le comuni radici degli uomini e delle genti. Quelle radici che le epidemie - non solo sanitarie, bensì pure culturali, di idee e mentalità - fanno dimenticare.
Proprio all’inizio del Decameron - è la terza novella - Boccaccio reinterpreta un antico racconto, quello dei tre anelli:

“Un grande uomo e ricco fu già, il quale, intra l’altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e la sua bellezza volendo in perpetuo lasciarlo, ordinò che colui de’ suoi figliuoli appo il quale fosse questo anello trovato, colui s’intendesse essere il suo erede e dovesse esser come maggiore onorato e reverito. Andò questo anello di mano in mano a molti successori, e ultimamente pervenne alle mani a uno il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi, per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. Il valente uomo pensò, avendolo a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare: e segretamente a un buon maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli aveva fare appena
conosceva qual si fosse il vero; e venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de’ figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l’onore occupare, in testimonanza di ciò ciascuno produsse fuori il suo anello; e trovatisi gli anelli sì simili l’uno all’altro, che qual fosse il vero non si sapeva cognoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente: e ancor pende”.

Non siamo poi così diversi. I nostri anelli possono essere più o meno lucenti, più o meno segnati dalla storia, più o meno perfetti, ma sono sempre anelli. E siamo tutti fratelli. Ciò che ci avvicina è più di ciò che ci separa. Come diceva Germaine Tillon, etnologa e resistente francese, le cui spoglie sono state recentemente accolte nel Panthéon, a Parigi, “Siamo tutti differenti, ma siamo tutti parenti”.
Questa verità è riecheggiata proprio a Firenze, nei giorni scorsi, all’importante convegno “Oriente ed Occidente. Dialoghi di civiltà”, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nella splendida cornice del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, arricchito dalla significativa presenza della più grande autorità islamica sunnita, l’Imam dell’Università di al-Azhar del Cairo, lo shaikh Ahmad Muhammad at-Tayyib. Un incontro per ribadire che le civiltà - se tali possono dirsi - sono chiamate a dialogare e non a scontrarsi. Un incontro per dire che Oriente ed Occidente, con tutte le loro differenze, sono mondi fratelli, il cui appuntamento è a metà strada.
Come ha detto Andrea Riccardi a Firenze, “Oriente e Occidente sono differenti nella loro storia, antica e recente, nel rapporto con la religione, nelle vicende politiche, nella cultura e antropologia. Ma le differenze non cancellano il tanto che unisce: la geografia, la prossimità mediterranea, gli scambi storici, le radici, le responsabilità verso il futuro. Siamo destinati a parlarci intensamente e presto: condannati - uso questa parola - a parlarci dalla geografia e dalla vicinanza, dalle sfide violente e aggressive, dalla lotta all'ignoranza, dalla necessità di costruire un mondo migliore.
Oriente arabo-musulmano e Occidente europeo sono, per tanti aspetti, figli della stessa radice. Anche se la storia è andata in altro senso. E sono cresciuti separati. Mi viene in mente la storia dei figli di Abramo, Isacco e Ismaele, che troviamo nella Bibbia e nel Corano. Ismaele e Isacco, figli dello stesso padre, destinati a crescere lontano.
Mi piace vedere il dialogo tra Oriente e Occidente, come l'incontro tra Ismaele e Isacco, fratelli che sono stati separati, ma che scoprono che tanto li unisce: che sentono, nonostante le diversità, il bisogno di parlarsi e di incontrarsi”.

Francesco De Palma

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