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La Roma di oggi e quella di domani

Mentre si apprende la notizia della cattura dei due giovanissimi omicidi che – alla guida di un’automobile – hanno travolto nove persone in una strada di Roma la scorsa settimana, uccidendo Corazon Abordo Perez, non sembrano purtroppo migliorare di molto i toni gravi dell’incitamento all’odio razziale che hanno caratterizzato l’accaduto.
«I responsabili dell'incidente hanno un nome. Perché parliamo della loro etnia?», si chiedeva amaramente Luigi Manconi in un suo bell’intervento lo scorso 28 maggio.
Eppure, l’appartenenza “etnica”dei responsabili della tragedia di venerdì scorso ­– rom di origine bosniaca – sembra ancora oggi il fatto più importante da comunicare. Quando si predica l’odio contro qualche categoria e si cerca in ogni modo di circoscrivere l’origine etnica del male, magari scoprendo che aiuta anche a guadagnare voti nelle elezioni, è purtroppo inevitabile che crescano il razzismo ed il disprezzo
Sembra proprio che non ci siano ragioni che tengano e che chi si azzarda a svolgere un pensiero umanista sia solo un reduce di cultura illuminista o – peggio ancora – un insopportabile buonista. 
Appare quasi inutile ricordare le lezioni della storia.
Corazon Abordo Perez
Eppure, non sempre vince la rassegnazione. Recentemente, ad esempio, è stato Moni Ovadia, in occasione di un suo spettacolo per combattere la gitanofobia – o antigitanismo che dir si voglia – a proporre un drammatico esperimento: ha iniziato a leggere le pagine di Ebrei erranti, scritte da Joseph Roth nel 1927, sostituendo sistematicamente la parola “ebrei orientali” con quella “rom”. Effetto sconvolgente: la descrizione dell’ebraismo povero, mondo disprezzato di emarginazione sociale, vessato prima dai pogrom e infine sterminato dalla follia nazista, sembra davvero – per molti versi – l’oggi dei campi rom della vergogna.
C’è chi ha rammentato i versi ­– scritti probabilmente dal pastore evangelico Martin Niemöller e rielaborati da Bertold Brecht, che vi aggiunse significativamente l’incipit sugli zingari – con cui viene descritta efficacemente l’escalation della discriminazione sociale:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei,
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
La durezza delle parole e l’assenza di pudore rischiano di far varcare con superficialità al nostro mondo confuso le frontiere dell’ostilità sociale e razzista. È una deriva verso la quale – ha osservato Mario Marazziti – sta scivolando anche Roma,
«una città "indurita", dove […] c`è una predicazione di odio e paura che rischia di fare molti danni».
Corazon Abordo Perez era nata nelle Filippine 44 anni fa; ha passato più della metà della sua vita a Roma, come colf, tra il centro, il quartiere Prati e la zona di Torrevecchia, dove viveva con le sue figlie. Era diventata da tempo cittadina italiana, ed è stata lei – assieme agli altri feriti – la vera vittima di quanto accaduto.
Julito Abordo
Mi ha colpito la reazione alla tragedia dei suoi familiari più prossimi, che ben avrebbero potuto cavalcare l’onda cupa dell’odio razzista e che invece hanno scelto di accompagnare il loro dolore con una rivendicazione di umanità: hanno chiesto giustizia, perché la rabbia non diventi odio verso le persone e, soprattutto verso le comunità di cui queste persone fanno parte.
Il fratello maggiore  della donna, Julito Abordo, ha poi tentato di incontrare – con un gesto eloquente di riconciliazione – la madre dei due giovani:
«Ho chiesto alla polizia di entrare nel campo della Monachina e poter parlare con la madre dei due ragazzi che avevano appena arrestato. Volevo abbracciare quelle persone, far sentire loro che non c'è odio da parte nostra. Ma purtroppo non è stato possibile. […] Anche se c'è un dolore ora, so che passerà. Il Signore ci aiuta e bisogna credere. C'è un Dio, basta pregare».

Qualcuno dirà (accreditando la distinzione tra etnie naturaliter buone e malvagie) che si tratta soprattutto dell’espressione della fede cattolica della comunità filippina, anche se ai romani quella stessa fede non dovrebbe risultare poi così sconosciuta. A me piace pensare piuttosto che paradossalmente – come è stato osservato – sono proprio questi “nuovi europei" i "nuovi romani" che contribuiscono, da oggi e per l’avvenire, a ricostruire una città più civile ed umana.
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