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Home, Casa, la poesia dà voce alla sofferenza dei profughi

Con quella forza che solo la poesia riesce a esprimere, i grandi autori italiani (non siamo noi “un popolo di trasmigratori”?) hanno reso lo “strappo” che la fuga, lo sradicamento, l’emigrazione sempre rappresentano nella vita dell’esule, del profugo, dell’uomo o della donna che si muovono alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri cari, alla ricerca della felicità.
E’ il caso di Dante, proscritto e impossibilitato a tornare in patria, che sa “come sa di sale / Lo pane altrui, e come è duro calle / Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, di Foscolo, dolorosamente cosciente di andar “sempre fuggendo di gente in gente”, di Manzoni, che canta l’“Addio ai monti” di Lucia: “Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne
allontana! […] Chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere”. 

Sono gli stessi sentimenti, la stessa sofferenza, cui dà voce la poetessa somala (in lingua inglese) Warsan Shire, esule da anni dalla propria patria: “No one leaves home unless / Home is the mouth of a shark”. “Nessuno lascia la propria casa a meno che / Casa sua non siano le fauci di uno squalo / Verso il confine ci corri solo / Quando vedi tutta la città correre / […] Lasci casa tua / Quando è proprio lei a non permetterti più di starci”.
Sembra giusto ricordarla qui, riportarla parzialmente, perché la possiamo leggere e meditare. Perché le reazioni infastidite e preoccupate cedano il passo alla riflessione e alla
misericordia. Perché capiamo di più, come scrive la Shire, “Che nessuno mette i suoi figli su una barca / A meno che l’acqua non sia più sicura della terra / Nessuno va a bruciarsi i palmi / Sotto ai treni / Sotto i vagoni / Nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion / […] Nessuno striscia sotto ai recinti / Nessuno vuole essere picchiato / Commiserato / Nessuno se li sceglie i campi profughi / […] A nessuno verrebbe in mente di lasciare la propria casa / A meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda / A meno che proprio casa tua non ti abbia detto / Affretta il passo / Lasciati i panni dietro / Inoltrati nel deserto / Nuota negli oceani / Annega / Salvati / […] Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce / Che ti mormora all’orecchio / Vattene / Scappatene da me adesso / Non so cosa io sia diventata / Ma so che qualsiasi altro posto / E’ più sicuro di qua”.

Francesco De Palma

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