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Olivier Roy: La radicalizzazione e il nichilismo si impadroniscono dei nostri giovani


In un’interessante intervista apparsa sul Corriere della Sera del 26 novembre - che sintetizzava un più ampio articolo pubblicato due giorni prima su Le Monde -, Olivier Roy, grande orientalista francese, ha offerto un’originale analisi della presa del jihadismo tra i giovani europei, una presa che, pur restando evidentemente minoritaria, rivela il vuoto e l’antagonismo fine a se stesso che percorrono le nostre società ed avvelenano gli elementi più deboli di una generazione. 
Roy parte dalla constatazione che i terroristi coinvolti negli attentati di Parigi non vivono una fede comunitaria, né esprimono rivendicazioni che sono patrimonio condiviso della sensibilità arabo-islamica: non parlano quasi mai dei diritti dei palestinesi, non partecipano più di tanto ai riti o ai precetti che “fanno” il mondo musulmano. 
Il loro è un “individualismo forsennato” e violento, costruito non sull’immagine del Profeta che pone le basi di una società islamica, bensì su quella dell’eroe solitario, in lotta contro il mondo, costi quel che costi. “Sono più nichilisti che utopisti”.
In questa prospettiva, allora, gli assassini del Bataclan non sono molto diversi dal Breivik che uccide decine di giovani nei pressi di Oslo, o dai ragazzi che sparano a casaccio nella Columbine High School.
Il punto, allora, non è la guerra al cosiddetto stato “islamico”. Si potrà anche distruggere il “califfato” di Al-Baghdadi, pochi ne piangeranno la fine ingloriosa, ma - scrive Roy - il problema ce l’abbiamo in casa: alcuni immigrati di seconda generazione, nonché non pochi europei in cerca di una causa antagonista e violenta, hanno scelto il jihad perché risponde al loro desiderio di rivolta contro tutto e tutti, perché è quel che si avvicina di più alle “passioni tristi” e al nichilismo che i media e una vita senza reti e senza speranza alimentano, perché garantisce “il maggiore grado di rifiuto del sistema”, perché “è l’unica causa radicale sul mercato”.
Una causa che - Roy è chiaro su questo punto - non è l’Islam, bensì un islamismo deviato, “di rottura”, non “di edificazione”: “Non siamo di fronte a una radicalizzazione dell’Islam. Ma ad una islamizzazione del radicalismo”. Non a caso nel quadro di una scelta salafita, ovverossia, di “un Islam che rifiuta il concetto di cultura, un Islam della norma che permette a chiunque di costruirsi come un Sé, non un Noi, da soli. Perché questi giovani nichilisti non vogliono vivere né la cultura dei loro genitori, né quella occidentale”.
Forse un'analisi del genere non è più rassicurante di quelle che sono circolate in questi giorni. Anzi, può essere comodo pensare che il Male è l'Altro, o l'Altrove.
Ma i fatti di Parigi devono non solo renderci più attenti a un contesto internazionale che abbiamo lasciato degradare per anni – si pensi al modo colpevole con cui si sono ignorati quattro anni di guerra in Siria -. Devono inoltre costringerci a porci domande molto scomode, ma molto serie, sulla qualità delle società che costruiamo, o che accettiamo si costruiscano, sul vuoto delle giovani generazioni, sull’afasia degli adulti, su un individualismo prepotente e indifferente a tutto, sull’allentarsi del legami comunitari, su una coesione e una fraternità che mancano.

Francesco De Palma
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