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Parigi ferita, René Girard, e come evitare la “montée aux estrêmes” …

La guerra mondiale a pezzi, che continua a imperversare in Siria, Iraq, Israele-Palestina, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Colombia, e chissà quanti altri paesi, dopo aver solo negli ultimi giorni toccato e devastato Ankara e Beirut, è sbarcata a Parigi.
L’importanza della città, il suo occupare l’immaginario collettivo, ma anche le dinamiche e le dimensioni degli attentati, hanno amplificato la percezione della minaccia, il senso di sdegno, l’unanime condanna per un atto che non ha nulla né di religioso, né di umano.
Il cuore di chi scrive, il cuore di milioni di uomini, europei e non, francofoni e non, cristiani e non, sanguina. Siamo tutti scossi per una disumanità che ha rapito tante giovani vite, che ha sfregiato una delle più belle città del mondo. 

Non ha potuto vedere quello sfregio René Girard, uno dei pensatori più profondi e originali del nostro tempo, francese d’origine, americano d’adozione, che è morto a 91 anni alcuni giorni prima degli attentati del 13 novembre.
Girard, un gigante del sapere umanistico, che si è occupato di critica letteraria, antropologia, filosofia, esegesi biblica, aveva indagato con singolare acume il meccanismo delle crisi sacrificali, il propagarsi della rivalità mimetica (io voglio quel che vuoi tu, e lo voglio proprio perché lo vuoi tu). Aveva saputo spiegare come gli uomini possano trovare una sorta di pace schierandosi tutti insieme contro un capro espiatorio e come la novità del cristianesimo stia nel rifiutare questa falsa pace, rivelando che Dio ha lo stesso volto della vittima, di una vittima crocifissa.
La sua sintesi è oltremodo attuale. 
Il fondamentalismo è sempre una religione sacrificale, contro qualcuno. Ma esistono molti tipi di fondamentalismo. Nelle religioni sacrificali gli uomini hanno bisogno, senza rendersene conto, delle loro vittime, le dipingono come non uomini, le considerano come un gregge indifferenziato. Ma anche chi reagisce alla minaccia di gruppo facendo di tutt’erbe un fascio finisce per costruirsi un capro espiatorio. Non vi è dubbio che se il sedicente Stato Islamico gode nel vedere montare xenofobia e sentimenti antimusulmani in Occidente, i movimenti xenofobi europei quasi non si tengono nel dire che lo stesso S.I. ha dato loro ragione.
Siamo nel pieno di una crisi sacrificale contrapposta, avrebbe detto Girard. Che avvertiva, rileggendo l’opera di von Clausewitz sulla guerra: quando si scatena una crisi del genere, il rischio è che essa si avviti all’estremo (la “montée aux estrêmes”), colpo contro colpo, in un imbarbarirsi contrapposto dal quale sarà difficile tirarsi fuori.
Non è un rischio anch’esso attuale?
A chi è barbaro si dovrà rispondere con altrettanta barbarie?
Gli attentati di Parigi non rischiano di uccidere anche quella libertà, quell’uguaglianza, quella fraternità, che proprio nella capitale francese sono state proclamate per la prima volta e che sono tra i principali mattoni della costruzione dell’Occidente?
Papa Francesco giustamente avverte che da tali situazione apparentemente senza via d’uscita non se ne esce costruendo muri, ma parlando chiaramente, pregando, servendo. Una guerra mondiale a pezzi come la nostra esige una dedizione e una ragionevolezza sempre maggiori da parte dei singoli, un sussulto di equilibrio, visione e fantasia. 
Non è facile trovare un percorso che unisca sicurezza e misura, fermezza e responsabilità, forza e lucidità. Ma occorrerà farlo, perché chi mette mano alla spada perisce di spada, perché il sonno della ragione genera mostri.

Francesco De Palma

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