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Gioia e le Altre. Vecchiaia e dintorni

Ancora un romanzo del medico Michelangelo Bartolo. Questa volta relativo alle vicissitudini della terza età. Tuttavia, come i primi due incentrati sulle vicende di un medico cooperante in paesi del terzo mondo, anche in questo traspare l’esperienza di medico dell’autore, impegnato nelle latitudini della realtà di un grande ospedale romano. Occorre dirlo subito: il romanzo di Bartolo si aggiunge alla lunga schiera di romanzi che hanno anziani per protagonisti che  - come i fortunati racconti di Fabio Bartolomei, La banda degli invisibili, e Lorenzo Licalzi, Che cosa ti aspetti da me? - fanno sorridere e riflettere. Ti fa quasi venire la voglia di invecchiare e di invecchiare bene. Il breve e agile volume narra di Gioia, la protagonista, donna iperattiva, appassionata di letteratura, una donna piena di interessi che si trova a fare i conti con una corpo che, con il passare degli anni, non la segue più come vorrebbe. Scritto in terza persona, l’autore dipinge la storia di una felice famiglia romana iniziando la narrazione dal primo dopoguerra fino ad arrivare ai giorni nostri, dove il romanzo si sofferma più a lungo. Ha acutamente osservato lo scrittore Oreste Paliotti, nell’epilogo del romanzo: “l’attenzione di chi legge viene subito catturata dalle vicende della forte personalità della protagonista, narrate con piglio spontaneo e humor. La sua affermazione ‘Da quando sto peggio non sono mai stata così bene’ la dice tutta sul suo modo di affrontare le nuove sfide”. Eppure quando si è avanti negli anni e si sta peggio, la risposta che nelle nostre società riecheggia con tanta, troppa disinvoltura è l’istituto. Gli anziani aumentano, e ce lo spiega bene il breve saggio del geriatra Valter Giantin che completa il romanzo, eppure non sempre viver più a lungo equivale a viver bene. Gioia troverà un modo molto particolare di opporsi all’istituto riuscendo a coinvolgere amici, parenti, assistenti sociali e figli in una soluzione assolutamente originale, imprevedibile: una convivenza con Anna, la sua amica e  manager anche lei con problemi di salute.

In tal senso, un romanzo un pò contro corrente, ma forse è proprio questa la chiave del racconto in cui molti possono ritrovare un pezzo della loro di vita. Nel racconto vi sono inevitabili spaccati di vita ospedaliera e la descrizione di uno dei pochi servizi di telemedicina della realtà romana che rappresenta un’alternativa reale alla degenza.  Servizi che potrebbero far risparmiare abbondantemente le casse del Servizio Sanitario ma che sono ancora poco diffusi.

Dal libro possono scaturire diverse considerazioni sull’essere anziani, sui paradossi di quest’età, sull’invecchiare che fino a qualche generazione fa, era un fatto di pochi, e limitata per lo più al mondo del benessere. Oggi, ovunque, è l’attesa di ogni vita. Ha osservato Andrea Riccardi: “Si possono allontanare gli anziani dalle case, si possono allontanare dagli ambiti di vita – pensiamo alla presunta ineluttabilità degli istituti, una mentalità profondamente sbagliata che porta ad atti di disumanità, oltre che di follia pura, in termini economici e sociali (…)  ma non si può eliminare quell’anziano che è in ognuno. Non si può rigettare quel continente anziano che è emerso, e quel corpo di anziano, quel viso di anziano che emerge dal mio corpo, dal mio viso, da ogni cuore”.

Una caratteristica più di altre spiega il paradosso della vecchiaia a cui faceva riferimento Giantin: il culto del vivere soli, il fare da soli. Il disegnare la propria esistenza in solitudine. Affermava con finezza la Gaudium et Spes, “la libertà umana (…) si degrada quando (l’uomo), cedendo alle troppe facilità della vita, si chiude in una specie di aurea solitudine”. Viviamo in una società sempre più individualizzata, dove ognuno fa fatica a sentirsi parte di un “noi”, dalla famiglia alla cerchia degli amici o alla comunità di destino; stare da soli è considerato normale: in molte città europee, il numero dei single ormai supera quello delle convivenze. Scrive Bauman: “La vita solitaria (…) può essere allegra ed è probabile che sia molto indaffarata, ma è destinata ad essere anche rischiosa e terribile”. Lo vediamo in questa crisi economica. Lo vediamo quando ci si ammala. Come ci insegna la vicenda di questo romanzo, gli anziani sono i profeti della compagnia e dell’accompagnamento, di cui tutti, dai più giovani ai più vecchi, hanno bisogno. Gli anziani spiegano bene come la solitudine sia una malattia e non un segno di forza o di benessere.

Antonio Salvati
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