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Un reportage per non dimenticare la crisi burundese

Un interessante quanto tragico reportage è apparso nei giorni scorsi sul quotidiano inglese “The Guardian” (questo il link alla traduzione italiana, pubblicata su Internazionale: http://www.internazionale.it/reportage/2016/04/18/burundi-guerra-civile).
Per farci guardare a quel che succede in un piccolo paese nel cuore dell’Africa.
E per ricordarci quanto la crisi dei migranti/rifugiati non sia una questione che riguarda la sola Europa, bensì una sfida globale in questi tempi di “guerra mondiale a pezzi”.
 Più di un quarto di milione di persone sono fuggite a tutt’oggi dal Burundi, mentre in quel paese si paga la scelta del presidente Pierre Nkurunziza di correre per un terzo mandato nonostante la costituzione glielo vietasse. La sua contestata vittoria non ha calmato le acque. Anzi, la violenza continua a mietere vittime tutti i giorni, in uno stillicidio di omicidi mirati, rappresaglie, retate nei quartieri di Bujumbura che sono considerati covi di oppositori del potere presidenziale.
Decine di migliaia di burundesi hanno cercato rifugio nel vicino Rwanda, hanno attraversato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, ovvero, più numerosi, hanno trovato scampo in Tanzania.
Nei pressi della città di Kigoma, lì dove 150 anni fa Stanley ritrovò Livingstone, uomini e donne in fuga faticano a ritrovare pace e sicurezza.
Nell’articolo del Guardian si leggono alcune testimonianze. Quella di Thierry (nome fittizio), ad esempio, che ricorda la morte del padre, ucciso a calci da uomini mascherati. Ma anche quella di tanti altri, testimoni di minacce, sequestri, omicidi, torture. Nonché del veleno di quella propaganda identitaria che ha già alimentato un genocidio e le pulizie etniche del passato e rischia di generare nuove tragedie.

Francesco De Palma

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