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Il "Gattopardo", la Sicilia, l'Italia: gli dei del conservatorismo, del vittimismo, dell'autoreferenzialità

Leggevamo in classe, l’altro giorno, qualcosa di quel capolavoro che è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.
Ci siamo soffermati in particolare sullo straordinario dialogo tra il principe Fabrizio e l’inviato del nuovo Regno unitario, Chevalley, che ha l’incarico di proporre al Salina l’ingresso nel Senato sabaudo - e il Senato era l’aggancio all’attualità che ci aveva portato al romanzo -. Quel dialogo chiarisce bene come alla base del mancato cambiamento di cui pure la Sicilia - e il Sud, e l’Italia tutta - avrebbe (avuto) bisogno non c’è solo un inganno o un tradimento (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, recita la frase più conosciuta del libro), bensì anche il rassegnato, e però compiaciuto, conservatorismo di un popolo che ama crogiolarsi nel vittimismo e nell’autosufficienza, rivelandosi parte, come ha acutamente scritto di recente Sergio Benvenuto, di “un’Italia profonda - conservatrice e provinciale - […], di un paese nel fondo anti-moderno […], un paese che non vuole cambiare”. 

Rileggiamo quel che dice don Fabrizio a Chevalley, proviamo a sostituire il ripetuto “i Siciliani” con “gli Italiani”, la “Sicilia” con l’“Italia”, riflettiamo se non siamo un po’ tutti presi da quello stesso disperato desiderio di oblio, dalla medesima orgogliosa e cieca autoreferenzialità che Tomasi di Lampedusa sa insieme descrivere e denunciare, dalla stanca e insieme proterva convinzione che se c’è qualcosa che deve cambiare non sono certo io, semmai gli altri, i governanti, il mondo con i suoi fastidi e le sue urla: 
“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare […] Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘I Siciliani vorranno migliorare’. Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi […] mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti una idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima […]. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce […] Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. ‘They are coming to teach us good manners’, risposi ‘but won’t succeed, because we are gods’. ‘Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi’. Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti […]. La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle […] invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltar[e qualcuno] se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola? […] Per ora, per molto tempo, non c'è niente da fare”. 
E’ finito quel tempo? Si può cominciare a fare qualcosa? Sta a noi Italiani, se lo vorremo, dire a Tomasi di Lampedusa che è sepolta la stagione dei Gattopardi, ma anche quella delle iene e degli sciacalli; dire a Benvenuto che si sta sbagliando. Dire che non siamo certo gli déi tristi del conservatorismo, del vittimismo, dell'autoreferenzialità, che non siamo già perfetti così, che è ora di svegliarsi, di rimboccarsi le maniche, di studiare “le buone creanze”, di vivere quel cambiamento in prima persona che è l’unica garanzia di crescita, di progresso, di futuro.

Francesco De Palma

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