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Pena e speranza. Carceri, riabilitazione, esecuzione della pena, riforme possibili

Il 16 novembre 2016 presso la Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari si è svolto interessante incontro su “Pena e speranza. Carceri, riabilitazione, esecuzione della pena, riforme possibili”, promosso dal Presidente della Commissione Affari Sociali Mario Marazziti e il “Cortile dei Gentili”. Importanti giuristi e parlamentari si sono confrontati sull’idea di giustizia e sulla sua applicazione, all’indomani del Giubileo dei detenuti celebrato da Papa Francesco il 6 novembre scorso. In quell’occasione significativamente il Papa ha affermato “Il mancato rispetto della legge ha meritato la condanna; e la privazione della libertà è la forma più pesante della pena che si sconta, perché tocca la persona nel suo nucleo più intimo. Eppure, la speranza non può venire meno”. 

Il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha sottolineato che la concezione deve sempre poggiare su due versanti: quello della giustizia e quello della conversione, della catarsi. Questi due aspetti devono convivere. In tal senso, ha suggestivamente ricordato un’affermazione di Dostoevskij: “Non conoscono la pietà, conoscono solo la giustizia: per questo sono ingiusti”. E, infine, in merito all’ergastolo il cardinale ha menzionato una definizione sull’ergastolo efficace formulata da un detenuto: “l’ergastolo è una pena di morte viva”, ossia ruba il futuro per sempre e annienta la speranza.

E’ toccato a Mario Marazziti snocciolare dati e proposte. Il tasso di sovraffollamento, grazie al lavoro del Governo e del Parlamento, è sceso dal 146% al 109%, meglio della Francia, 119 e della Gran Bretagna. Le misure alternative sono raddoppiate, in tre anni, da 21 mila a 40 mila. E’ un indice positivo, vuole dire che si può costruire sicurezza senza ricorrere al carcere. “Non c’è pena senza speranza. E la pena che non offre speranza è controproducente, perché la speranza è il DNA del cambiamento. Senza c’è paura, espiazione, simulazione, rassegnazione, adattamento, rinuncia a vivere o ripetitività del sopravvivere”. Il Parlamento deve impegnarsi per “umanizzare la vita nel carcere e fare dell’esecuzione della pena non la parentesi prima della recidiva – in Italia al 67 per cento, 2 volte su 3, quasi che il carcere producesse carcere, ma l’avvio di una guarigione, la restituzione di qualcosa alle vittime, un percorso di comprensione della colpa e di riabilitazione che è quello che la “giustizia ristorativa” e non solo distributiva o retributiva sa fare”. Cosa fare? Far crescere il lavoro in carcere: 2639 dipendenti da imprese e cooperative, di cui 652 in semilibertà, 781 con lavoro esterno e 936 negli istituti sono un dato incoraggiante. Tuttavia, “è troppo poco, anche se vanno aggiunti i 12.903 detenuti ammessi al lavoro alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria. Al netto di tutto, questo vuole dire 38 mila persone in ozio forzato parziale o totale”.

Altro tema delicato: stranieri in carcere. Sono “uno su tre. Ma ricordo che gli stranieri regolari in Italia hanno un tasso di delittuosità più basso degli italiani. L’alta percentuale è legata alla marginalità e alla condizione di irregolarità, non ad altro o a una maggiore inclinazione al crimine. Sono molti mondi e non uno stereotipo unico. Culture, lingue, problemi, umanità diverse. E scarsa conoscenza dell’Italiano”. Il fine pena può non coincidere necessariamente con l’espulsione e l’esecuzione penale può e deve comprendere forme di discernimento delle storie personali e dei percorsi. Marazziti ha presentato un ddl per l’amnistia e l’indulto: “proprio perché il sistema carcerario sta riacquistando una sua fisiologia, un provvedimento di amnistia e indulto avrebbe oggi la possibilità di anticipare il tempo del recupero sociale, per reati non di allarme sociale, non solo decomprimendo il sistema carcerario, ma liberando la possibilità, davvero, di liberare risorse verso una più rapida ed efficace, accompagnata, inclusione sociale. È una possibilità concreta, che non intacca il principio della certezza della pena, ma anticiperebbe, attraverso una forma di inclusione sociale anticipata, una nuova e diversa forma di esecuzione della pena, anche con un coinvolgimento in lavori di utilità sociale”. Il ddl sull’ergastolo ostativo e sull’ergastolo - presentato anch’esso da Marazziti – attiene strettamente al tema della Pena e della Speranza. È necessario prevedere anche per reati gravissimi la possibilità di essere ripresi in considerazione. “È la speranza, che ha un grande valore anche in un patto educativo tra società e detenuti, e è un elemento per aumentare la sicurezza, non per ridurla. Non significa rivedere sentenze andate in giudicato. Non intacca la certezza della pena che è un principio cardine. Rivedere non la pena, ma le modalità di esecuzione della pena, anche per l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”. Non in maniera automatica, ma attraverso una rivalutazione personale dopo un tempo adeguato dalla condanna”. Ha aggiunto Marazziti: “Perché chi si è macchiato di reati gravissimi, mafia, criminalità organizzata, che non abbia collaborato con la giustizia riceve ergastoli che non finiscono mai e possono durare anche 70 anni, sempre? Perché restano esclusi dai benefici penitenziali. Ma perdono anche l’accesso alla libertà condizionale. I primi sono legati a una logica di premialità, i benefici. La libertà condizionale attiene alla necessaria riconsiderazione del percorso compiuto dalla persona”.

Luciano Eusebi, docente di diritto penale Università Cattolica Sacro Cuore, dopo aver ricordato l’art. 27 della nostra Costituzione, ha invitato a rinunciare all’idea di una pena subita passivamente dal condannato al mero fine di rendere manifesta la gravità dell’illecito, recuperando la prospettiva di una pena che rappresenti un percorso significativo (entro limiti fissati dalla legge in considerazione del fatto commesso) per la persona cui viene inflitta e con riguardo ai rapporti sociali sui quali la condotta antigiuridica abbia inciso: così da valorizzare la capacità della sanzione di ricomporre sul terreno dei rapporti intersoggettivi – e non appagando supposti bisogni di ritorsione – la frattura rappresentata dal fatto criminoso. 

Luigi Ferrajoli, professore emerito di filosofia del diritto Università Roma 3, ha invitato la politica a non assecondare e a legittimare le pulsioni dell’opinione pubblica. La politica può e deve migliorare il senso comune. Dello stesso avviso era il Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Infatti, c’è un’attitudine della società a porre un abisso tra sé e il carcere. Pertanto, occorre impegnarsi fortemente a lavorare contro le narrazioni offerte all’opinione pubblica che veicolano propaganda di odio, specialmente in presenza di episodi caratterizzati dalla commissione di reati efferati. 

Glauco Giostra, docente di procedura penale Università degli studi di Roma, ha evocato un diritto alla speranza. In altri termini, la rivisitazione del detenuto del proprio comportamento non deve restare senza effetto sulla qualità e sulla quantità della pena. C’è spesso un equivoco sulla cosiddetta certezza della pena. Flettere la pena, la sua mutabilità non significano mancanza della certezza della pena. Diversi studi consolidati attestano che la concessione delle misure alternative favoriscono la diminuzione della recidiva. Chi esce prima dal carcere meritatamente, delinque meno.


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