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Un papa giovane, una distanza da colmare, una liturgia del potere

Si è chiusa di recente, dopo dieci puntate con un’altissima media di spettatori, la prima stagione di “The Young Pope”, serie tv scritta e diretta da Paolo Sorrentino. 
Il protagonista, ormai lo si sa, è un papa improbabile, per non dire impossibile, Lenny Belardo, primo americano sul soglio di Pietro, interpretato da Jude Law, che si è imposto il nome di Pio XIII e ha inaugurato un pontificato sconcertante, fatto di parole ed azioni sopra le righe, al tempo stesso umane nella loro umoralità e contraddittorietà, ma “stranianti” se associate a una figura sacrale vestita di bianco (il servo dei servi di Dio prega, sì, ma fuma, gioca a biliardo, etc., etc.). 

Ma tant’è: il papa di Sorrentino è dubbioso, fragile, tormentato, sensibile; e però anche rigido, vendicativo, ambiguo, esteriore. Di più: col tempo diventa chiaro che egli è portatore di un’idea di Chiesa che più antitetica non si potrebbe immaginare rispetto a quella cui siamo stati abituati da papa Francesco, una Chiesa chiusa, che non si fa vedere, che non va in cerca della pecora smarrita, che non consola e non perdona. La scena in cui Pio XIII, dando le spalle alla finestra recita l’Angelus per una decina di fedeli raccolti in una piazza San Pietro impressionantemente vuota è tragica nella sua vis umoristica. Altrettanto tragici, e più potenti, quasi degli schiaffi sul volto, il primo dialogo tra il pontefice e la folla (“Che cosa abbiamo dimenticato? Dio! E siete voi che l’avete dimenticato. Ma io non vi aiuterò”), ovvero l’umiliazione subita dai cardinali ad opera del successore di Pietro in occasione del primo discorso ufficiale di quest’ultimo ai suoi ex pari grado. Al punto che alcuni principi della Chiesa progetteranno una sorta di “colpo di stato” per salvare il mondo cattolico dalla rovina.
Cosa vuole comunicare Sorrentino con questa storia surreale?
Senz’altro il tema dell’assenza, della distanza, è un tema importante. Il papa, abbandonato dal padre e dalla madre quand’era piccolo continua a cercare chi lo aveva generato. E tutto il percorso spirituale di Belardo, prima e dopo la fumata bianca, sembra essere il tentativo di riempire un vuoto, di colmare una lontananza abissale. La distanza tra l’uomo e Dio è umanizzata nella distanza tra il papa e i suoi genitori, ma è pure esaltata in quella che si instaura tra il papa e i suoi collaboratori. Senza che il nodo venga a sciogliersi appieno. 
E’ questo ciò che interessa il regista, mi sembra. Non certo il vissuto concreto della Santa Sede. Il Vaticano, allora, è descritto un po’ astrattamente, ad usum Americae, come un insieme di splendidi interni e di bucolici esterni, in cui si parla e si passeggia molto, si prega con un latino anacronistico, ma non si lavora quasi per niente.
Piuttosto si celebra, con le parole e coi gesti, una vera e propria liturgia del potere. Di un potere insieme immenso e sfuggente, illimitato e ridicolo. Ecco, a ben vedere, non ci si sottrae all’idea che “The Young Pope” non sia che la risposta italiana a un altro serial televisivo, anch’esso ambientato in un palazzo del potere, alla “House of Cards” di Willimon e Kevin Spacey. E’ una risposta ironica, un divertissement, come solo un innamorato di Roma può concepire. Alla Washington in cui un politico ambizioso non esita a sporcarsi le mani di sangue pur di poter entrare nella Sala Ovale, risponde il sorriso lieve e scanzonato di chi sa che c’è un potere ben superiore a quello di tutti i poteri della Terra, simboleggiato dal triregno che Belardo si fa riconsegnare proprio da un museo statunitense. 

Francesco De Palma

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