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“Arrival”, la fantascienza che ci parla di pace

Non a tutti piace la fantascienza. Qualcosa di lontano, di irrealistico, che non parla dell’oggi, dei suoi problemi, delle sue possibilità ....
E però una certa fantascienza, la più grande forse, parla proprio di noi. Di come siamo, non di come saremo. Di quel che potremmo fare oggi, non di quel che faremo domani.
E’ il caso di un bel film, “Arrival”, del regista Denis Villeneuve. 

Vi si narra, come dice il titolo, l’arrivo di alcune navicelle extraterrestri sulla Terra. Enormi, oblunghe, ovoidali. Per comunicare con i nuovi arrivati, e per decidere come rapportarsi con loro, si mette su una équipe di cui fa parte una studiosa del linguaggio. E’ su di lei, sulla sua esperienza e sulle sue scelte che si incentra il film.
E’ chiaro che non si può qui parlare della trama. Ma quel che si può, e forse si deve dire è che nel corso del film l’incomunicabilità con gli “eptapodi” rischia di sfociare in una guerra e che sarà una frase in cinese, pronunciata dalla protagonista al generale Shang a imprimere una nuova direzione alla storia. Alla storia di quell’incontro e alla storia umana.
Il film non è solo questo. Chi ama la riflessione sul linguaggio e sul tempo ne resterà affascinato. Come è accaduto a me. Ma la cosa che mi ha colpito di più è quella frase: “In guerra non ci sono vincitori, solo vedove”.
In questo tempo di riarmo e di rinnovata spendibilità di discorsi bellicosi e di guerra guerreggiata, in questo pianeta in preda al “nuovo disordine mondiale” e alla “terza guerra mondiale a pezzi”, sarà bene tenerlo a mente.

Francesco De Palma

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