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"Visto da vicino nessuno è normale" ...

Una mattinata ben spesa quella passata a visitare con una delle mie classi il Museo Laboratorio della Mente, che occupa il VI padiglione dell’ex ospedale psichiatrico di Roma, il S. Maria della Pietà. 
Uno spazio espositivo e immersivo che riesce efficacemente a trasmettere la storia di una modalità secolare di affrontare la salute mentale, il disagio psichico, la “non normalità”, ovvero quella della reclusione e della contenzione; ma anche la memoria di quella pagina luminosa della nostra storia legata indissolubilmente al nome di Franco Basaglia.
Come è stato scritto “una parte del vecchio ospedale si è convertita in un luogo da esplorare, in un eccezionale laboratorio per la critica al modello manicomiale e la sperimentazione di una nuova cultura della salute mentale”. E dunque in un percorso di scoperta e di riflessione intelligentemente studiato anche per i non addetti ai lavori, anche per chi non sa molto della malattia mentale, ovvero delle pratiche “mediche” del passato [nella foto un apparecchio per l’elettroshock]. 

Il visitatore è guidato infatti a comprendere che “visto da vicino nessuno è normale” (è la scritta che campeggia a caratteri cubitali in una delle prime sale del Museo Laboratorio. La distorsione dei nostri sensi, appositamente stimolata nella prima parte del percorso, il continuo succedersi di percezioni ingannevoli, aiutano a rendere plastica la difficoltà di inquadrare come già acquisito il grande tema della “normalità”.
Destabilizzato sin dall’inizio il visitatore, è più facile che egli venga toccato nel profondo dalle tante storie che scorrono, dai documenti d'archivio, dai volti e dalle vicende di chi ha abitato S. Maria della Pietà, dalle registrazioni video di infermieri e pazienti, dalle testimonianze di sofferenze lunghe una vita. 
Ma anche dagli ambienti: la fagotteria, dove venivano accumulati tutti gli oggetti sequestrati ai “malati” [nella foto un breviario, anch’esso, evidentemente, considerato troppo pericoloso per la salute mentale dei reclusi], la stanza di contenzione, i tavoli per immobilizzare i pazienti, i letti sospesi in aria, e così via. 

Tutti quella mattina, abbiamo vissuto un’esperienza liberante. Partendo dalla storia di emarginazione e segregazione di tanti abbiamo compreso che la diversità è qualcosa che accomuna tutti, e che tutte le diversità vanno accompagnate e non chiuse a chiave. Abbiamo capito, come scriveva recentemente Marco Impagliazzo su Avvenire [https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/opg-un-altra-vittoria-della-vita] che sempre è “possibile trasformare una realtà di segregazione e scarto in un contesto osmotico con il fluire della vita quotidiana, […] restituire a vite confinate in un circuito disumanizzante quella dignità e quella relazionalità, quella pienezza, cui esse hanno diritto. In ogni situazione, anche la più complessa o delicata, occorre riflettere sul valore e sul senso della vita. Su quanto essa sia tante volte umiliata, e non sempre fatta rialzare, e restituita alla sua dignità”.

Francesco De Palma

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