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Per una rete di prossimità intergenerazionale ...

Gli indici ISTAT lo dicono chiaramente, ci stiamo avviando verso una popolazione in prevalenza di anziani, perlomeno considerando i parametri utilizzati nel ‘900, i quali definivano la soglia dell’età anziana e della meritata pensione, tra i 60 e 65 anni …
Oggi, la soglia è stata notevolmente oltrepassata, gli anziani aumentano, ma aumenta anche l’età media. Più di frequente si incontrano per la strada, al supermercato, in fila alla posta, ottantenni e pure novantenni. E non è più insolito sentir parlare dell’esistenza in vita di una nonna ultracentenaria …
Con la malattia, la debolezza, spunta lo spettro della solitudine e, in conseguenza, dell’esclusione sociale.
Spesso, chi non ha nessuno accanto, perché vedovo o senza figli, diventa ancor più solo quanto è in difficoltà, o si indebolisce, o si ammala. La piccola rete sociale che magari si era riusciti a costruire nel tempo - con il barista, l’ex collega, il fornaio sotto casa - si assottiglia, fino a rompersi definitivamente.
Da anni ascoltiamo nei TG notizie di anziani, o persone sole ritrovate in casa, decedute da giorni o mesi, senza che nessuno lo sapesse, perché nessuno suonava da tempo a quel campanello. In questi ultimi tempi, tanti legami sociali si sono spezzati e i rapporti con i vicini di casa tante volte sono più sporadici, oltre che più frettolosi.
Anche un elemento cardine della vita sociale del Novecento, la famiglia, si sta sgretolando e, in molti casi, viene meno: ci sono sempre più famiglie sfasciate, o persone che vivono sole, senza alcun tipo di rete che possa sostenerle o che intervenga in caso di criticità, magari solo temporanea. In ogni momento critico di un componente della famiglia, essa era un rifugio, un sostegno, interveniva per annullare la situazione di debolezza.
Oggi, quindi manca in tante situazioni, un sostegno, una rete che impedisca di precipitare in un baratro.
Da alcuni anni, decenni - però -, si affacciano nuovi soggetti, nuove figure, che si fanno vicine a persone sole e/o in difficoltà. 
C’è un vasto mondo del volontariato più o meno strutturato, di associazioni, comunità, gruppi, ma anche di singole persone di buona volontà che visitano persone malate, come pure “buoni samaritani” anche di un solo giorno, che intervengono intercettando casualmente un bisogno immediato.
Il volontariato, è evidente, non può arrivare ovunque e da tutti, né può essere la risposta decisiva ad un sistema che si sta sgretolando, ad una società che è diversa da quella dei nostri genitori.
Ciò che andrebbe recuperato sono quelli che in città venivano chiamati “rapporti di buon vicinato”, oppure l’usanza si scambiare due chiacchiere come quando ci si incontrava nel cortile di due palazzi, o sul pianerottolo di casa. 

Esisteva una “PROSSIMITA”, che era salutare e che avvolgeva tutto l’ambiente circostante. E, talvolta, poteva salvare, facilitare anche la vita di chi era anziano o malato.
Già, perché spesso la solitudine è un’aggravante in situazioni di sofferenza o di debolezza.
Ha scritto Salvatore Natoli: “Ogni gesto di attenzione verso il prossimo è un «granello di senapa» nel campo poco arato della cittadinanza attiva. La passione per gli altri è l’intelligenza della vita. Sono tantissime le persone che davanti ai feriti della vita non passano oltre, che fanno del bene. Disinteressate. E, spesso, non vogliono che si sappia. La solidarietà allevia dolori, sofferenze, privazioni e scalda i cuori dei donatori, dei volontari e di coloro che prestano la loro opera. Li ripaga con un senso compiuto di utilità. Un benessere spirituale che non ha prezzo. La soddisfazione intima di essere stati utili. (…) Il volontario, cattolico, laico, di tutti gli orientamenti, ogni giorno diffonde fiducia, rinforza i legami sociali, combatte i pregiudizi e vince le inferenze. Incide anche sull’umore di una nazione. E contribuisce anche a ridurre quel tasso di rivalità che porta a considerare l’altro un avversario, la società in un’arena ostile, dove tutti sono potenziali nemici". 
Insomma, fa star bene gli altri, ma anche noi!

Germano Baldazzi

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