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Lavoro e dignità, un appello da Cagliari (la 48^ Settimana Sociale dei cattolici italiani)

Non c’è tema oggi che susciti discussione più del lavoro. Come sta cambiando, la precarietà, la disoccupazione giovanile, i cervelli in fuga, il jobs act, la ricerca degli immigrati, la perdita del lavoro che provoca disperazione e povertà, il co-working, le professioni sotto pagate e quelle rese inutili dalle nuove tecnologie, i nuovi profili legati al digitale. È un elenco che potrebbe proseguire. Per questo è stato di grande attualità il tema scelto per la 48° Settimana sociale dei cattolici italiani dal titolo “Il lavoro che vogliamo”. Non uno qualsiasi, ma di qualità, che tenga conto delle esigenze della persona e di un modello economico sempre più competitivo e mutevole. 

Oltre mille delegati sono convenuti a Cagliari da tutta Italia per quattro giorni di confronto e dibattito. Lo spirito dell’incontro lo ha indicato in apertura papa Francesco in un videomessaggio: “Non tutti i lavori sono degni. Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione. Io ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono. Rimane poi la preoccupazione per i lavori pericolosi e malsani, che ogni anno causano in Italia centinaia di morti e di invalidi”.
Il primo messaggio forte della Settimana Sociale di Cagliari è che si può competere efficacemente sul mercato non solo precarizzando ed espellendo manodopera, ma anche creando posti di lavoro di qualità per i soggetti più fragili o apparentemente tali, perché spesso la loro dedizione compensa abbondantemente qualche skill mancante. I tanti esempi virtuosi raccontati devono essere sostenuti e studiati, con l’obiettivo di renderli modelli replicabili in tutta Italia. Un cittadino fragile che lavora non ha più bisogno di assistenza da parte dello Stato (o comunque gliene basta meno) ma contribuisce attivamente all’economia del Paese col suo lavoro e le tasse che paga.
Di queste “buone pratiche” ne sono state censite oltre 500 dagli organizzatori in Italia. Si è parlato di imprese che danno lavoro ai carcerati e fanno diminuire il tasso di recidiva, ossia dei nuovi reati commessi una volta fuori dal carcere. Una cooperativa ha creato nuovi posti di lavoro aprendo al pubblico beni culturali prima inaccessibili. La rete "Housing first" offre un alloggio a chi vive per strada. E tante altre esperienze, spesso sorte nel Mezzogiorno, volte a supportate le persone più fragili. Notizie Italia News ha parlato della rete di ristoranti che danno lavoro a persone con disabilità ed è in costante crescita in Italia: da “Teste calde” in Puglia ai “Ragazzi di Sipario” in Toscana, fino alla “Trattoria degli Amici” a Roma la cui esperienza è stata recentemente raccontata in un reportage di Rai News 24.
Il secondo messaggio è di carattere culturale: c’è bisogno di cercare nuove chiavi di lettura e nuove risposte di fronte ad un mutamento epocale nei sistemi produttivi. Quello che gli economisti hanno sempre considerato uno dei tre fondamentale fattori della produzione, il lavoro, insieme al capitale e alla terra, oggi sembra sempre meno necessario, a causa dell’automazione delle strutture produttive. Questo cambiamento non riguarda solo il sistema economico, ma incide profondamente sull’esistenza e l’identità di tanti. Lo denunciò Zygmunt Bauman quando scrisse che non avere un posto di lavoro viene sempre più percepito come uno stato di esubero, che fa sentire scartati, superflui, “persone il cui apporto alla vita della società è nullo, delle quali la società potrebbe fare a meno e dalle quali guadagnerebbe sbarazzandosene” (Il demone della paura, 2014).
Conclusioni inaccettabili di fronte alle quali la Settimana sociale dei cattolici italiani ha cercato di dare risposte, nuove idee e proposte pratiche per evitare che i cambiamenti in corso finiscano per avere conseguenze probabilmente positive dal punto di vista produttivo, ma distruttive verso la società.

Filippo Sbrana
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