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La mostra "Totò genio" ricorda il "principe della risata" ...

Il 15 aprile del 1967, a Roma moriva un grande artista di teatro, cinema e televisione: Antonio de Curtis - in arte e nella vita - Totò!
Il suo cuore, affaticato e malandato decise di fermarsi definitivamente, all’età di 69 anni. Ma, da allora, il suo volto che tanta fortuna cinematografica gli ha dato, i suoi sketch, il suo umorismo, le sue parodie sono entrate nella vita quotidiana degli italiani, facendo ridere e sorridere tante generazioni. 

La mostra “Totò Genio”, in esposizione al Museo di Roma in Trastevere, ricorda e celebra la sua vita e la sua arte, non tralasciando nulla del suo multiforme repertorio: il varietà, l’avanspettacolo, la rivista, il teatro, il cinema, la televisione.
Nella sua carriera, Totò fu attore, doppiatore, sceneggiatore, cantante, poeta; interpretò persino sketch pubblicitari! La mostra è interattiva: si possono vedere alcuni video con pezzi tra i film più celebri; in una stanza si possono ascoltare le sue canzoni napoletane; si possono vedere le lettere alla famiglia, i copioni di parti teatrali; vi sono esposte tantissime foto, sia personali che dei luoghi dove ha vissuto; le foto nei teatri dove si esibiva, o dei set cinematografici dove girava. Infine, è esposta anche la ricchissima pubblicistica che lo riguarda: decine e decine di libri che parlano di lui e dei suoi spettacoli.
Totò nacque in una famiglia povera che viveva nel rione Sanità di Napoli. Completò le scuole dell’obbligo, ma non un grande studente. Da subito iniziò a sbarcare il lunario impegnandosi in piccoli lavoretti e si avvicinò al mondo del teatro prima come spettatore.
Era affascinato dai comici: dopo averli osservati, iniziava ad imitarli con abilità. Sin da bambino aveva dato prova delle sue doti di “maschera” e di mimo, osservando e imitando con arte le persone, caratterizzandole. 
Prima che fosse chiamato alle armi per la Grande Guerra, riuscì a farsi scritturare e ad esordire nel teatro con il nome d’arte di “Clerment”. La guerra lo allontanò dal mondo che aveva iniziato a conoscere. Ma, al termine della guerra tornò nello spettacolo, esibendosi nel varietà, a Roma, dove visse fino alla sua morte, pur rimanendo sempre legato e caratterizzato dalle sue origini napoletane. In teatro Totò recitò con alterne fortune, fino a quando non decise di affrancarsi dalle compagnie dell’arte napoletana e di lavorare in proprio.
Dopo un periodo di insuccessi e di sconforto personale, ebbe l’occasione di riscattarsi e di mettersi in luce in occasione di uno spettacolo all’Ambra Jovinelli, dove fu chiamato ad esibirsi per coprire una parte. Ed esordì rappresentando le sue “macchiette”, riscuotendo un successo immediato ed inaspettato.
In quegli anni, Totò subì un serio infortunio: un traumatico distacco della retina, a causa del quale perse la vista dell'occhio sinistro. L’episodio era tenuto nascosto, ne erano al corrente soltanto i familiari stretti ed un amico. Nonostante ciò, riuscì sempre a recitare.
La sua consacrazione sul grande schermo arrivò nel 1947 con il film “I due orfanelli”, successo tale che lo porterà ad essere protagonista in un centinaio di film, abbandonando così quasi definitivamente il mondo del teatro. 

Sono tantissimi i titoli in cui Totò rappresenta le sue maschere e i suoi canovacci, ormai celebri, con le espressioni che lo si ricordano ancora molti anni dopo la sua scomparsa.
Tra i suoi film più di successo, si possono menzionare: “Totò al Giro d’Italia”, “Totò le mokò”, “Totò sceicco”, “Totò a Colori”, “Miseria e nobiltà”, “Guardie e ladri”, “I soliti ignoti” e decine di altri film molto divertenti che ancora oggi sono riproposti in televisione.
Lavorò con tanti e diversissimi intrepreti: da Anna Magnani, ad Aldo Fabrizi; con Vittorio de Sica, Peppino De Filippo, Nino Taranto, Erminio Macario e tanti altri.
Fu diretto da registi del calibro di Steno, Mario Monicelli, Dino Risi, Sergio Corbucci e collaborò anche con Pier Paolo Pasolini nei film “Uccellacci e uccellini” e “Capriccio all’italiana”.
La sua salute divenne presto molto cagionevole, aveva iniziato ad avere problemi anche al secondo occhio ma, nonostante tutto, continuò a lavorare e a girare film. Fino a quando un infarto riuscì ad interrompere la sua carriera e la sua vita, così prolifica di arte cinematografica e di risate per il suo numerosissimo pubblico.
Oltre ad alcune interpretazioni memorabili, di lui si ricordano pure alcune celebri espressioni entrate anche nel linguaggio quotidiano, quali: “Siamo uomini o caporali?”, oppure la celebre macchietta napoletana a Milano,  “Noio ... volevam ... volevàn savoir ... l'indiriss ... ja …”. Anche espressioni più serie e puntute: “Ogni limite ha una pazienza”; come anche espressioni più ridicole: “Pronto? Ha sbagliato numero; noi il telefono non l'abbiamo!”. Ma forse la più battuta più celebre e più ricordata di Totò rimane sempre: “Sono un uomo di mondo: ho fatto tre anni di militare a Cuneo!”
Totò era una personalità multiforme, sapeva far sorridere, ridere, ma era in grado anche di commuovere. Un pezzo celebre è quello della “preghiera del clown", dove sembrava come se cercasse qualcuno a cui passare il testimone per far ridere gli spettatori, proprio come aveva fatto lui: “Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri”. 


Germano Baldazzi

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