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La politica estera italiana nell'ultima legislatura. Un breve bilancio

Certamente la politica internazionale non è in cima ai pensieri della maggior parte degli italiani. Malgrado viviamo in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, le preoccupazioni degli italiani sono rivolte prevalentemente verso i problemi interni. Come ripetono diversi analisti, le vicende internazionali assumono una certa rilevanza solo quando incidono direttamente sugli interessi del Paese, come nel caso topico dell’immigrazione.


L’annunciata missione militare in Niger ha riacceso i riflettori sull’impegno internazionale del nostro paese e sull’attività per la risoluzione dei conflitti. Ne ha parlato Andrea Riccardi in un articolo in cui ricorda i settant’anni della nostra Costituzione repubblicana e, in particolar modo, uno dei suoi principi fondamentali riportato nell’articolo 11: il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e l’impegno a favorire le organizzazioni internazionali a scopo di pace.
Con la fine della legislatura è tempo di bilanci. Anche della politica estera del nostro paese negli ultimi anni. Ne parla diffusamente in suo post Mario Giro nel quale si ricordano il nuovo slancio della cooperazione allo sviluppo e della sua politica e il nuovo posizionamento italiano nella fascia sahariana-saheliana. Citando un rapporto AGI, Giro sostiene che “negli ultimi anni l'Italia ha rivolto una rinnovata attenzione verso l'Africa con una strategia che da un lato punta ad ampliare e rafforzare le relazioni commerciali con i Paesi africani, aprendo la strada a una maggiore internazionalizzazione delle imprese italiane per cogliere le tantissime opportunità offerte da un continente in piena espansione demografica ed economica. Dall'altra, a stringere un nuovo partenariato che porti nuovi investimenti privati, contribuisca allo sviluppo e aiuti così a gestire l'ondata migratoria che dall'Africa sub-sahariana approda in Libia per poi premere sulle frontiere esterne dell'Ue, con l'Italia in prima linea - spesso lasciata sola - nella gestione degli sbarchi”.
In base all'ultimo Rapporto Ocse, nel 2016 con 11,6 miliardi di dollari, l'Italia – ricorda sempre Giro - è stata il primo investitore europeo e il terzo mondiale, dietro Cina (38,4 miliardi) e Emirati Arabi Uniti (14,9 miliardi). Di fatto il 'cambio di rotta' dell'Italia nei confronti del continente si è manifestato sin dalla firma, nel 2011, del "Patto per l'Africa" tra il governo italiano e gli esecutivi di numerosi governi africani per trasformare il rapporto da paese donatore ad attore di sviluppo nei settori delle infrastrutture, della tecnologia, della formazione, dell'agricoltura e del turismo.
Nel 2016, il 18 maggio, si è tenuta a Roma la prima conferenza ministeriale Italia-Africa con la partecipazione di rappresentanti di ben 52 paesi africani. Nello stesso periodo il nostro governo ha proposto all'Ue una strategia di investimenti che affianchino l'aiuto pubblico allo sviluppo. È il Migration Compact, accordi fra Ue e i Paesi africani di origine e transito dei migranti diretti in Europa. Chiaro l'obiettivo: "Solo in partenariato con i Paesi africani si potranno ottenere risultati reali. Per trattare con loro la questione dei flussi, si ha bisogno di una forte magnitudine di investimenti. La cooperazione da sola non ce la fa, anche perché le rimesse degli immigrati la superano del doppio", ha spiegato Mario Giro. Una strategia che ha fatto strada come dimostra quanto accaduti lo scorso 6 luglio quando l'Europarlamento ha dato il via libera all'European External Investment Plan (Eeip), uno strumento con in dotazione 3,3 miliardi di denaro di aiuti pubblici che, facendo leva sul mercato finanziario, metterà in circolo 44 miliardi di investimenti privati. Parallelamente procede l'iniziativa italiana per un approccio collegiale e una più equilibrata ripartizione europea di fronte all'emergenza migratoria e alla crisi degli sbarchi.
Infine, sugli sbarchi in cui il nostro paese ha agito con responsabilità, coniugando sicurezza e solidarietà, rigore e umanità. Ricordando le 500mila persone salvate negli ultimi tre anni, il ministro Alfano ha sottolineato come l'Italia "ha messo l'Europa dalla parte giusta della storia e lei non è stata pronta a seguire il nostro passo". Resta l'esigenza – sottolinea Mario Giro - per l'Ue di offrire un'alternativa alle partenze dei migranti e di impegnarsi per la vigilanza della frontiera meridionale della Libia, in modo da non trasformare il Paese nordafricano in un enorme campo profughi. L'Europa ha più volte riaffermato il suo sostegno a Ciad, Niger, Mali e Libia per il controllo e la gestione dei flussi migratori e in particolare la volontà di rafforzare la cooperazione economica con le comunità locali lungo le rotte migratorie per offrire loro un'alternativa economica al business dei migranti. Due anni dopo il vertice Ue-Africa della Valletta, si punta a migliorare le condizioni dei potenziali migranti nei loro Paesi. L'Italia ha così ottenuto il riconoscimento e il sostegno che chiedeva da tempo nella gestione dei flussi dalla Libia, ma resta una divisione ancora molto forte sulla questione del ricollocamento.
Si tratta di risultati importanti in un periodo in cui la globalizza­zione economica espropria i poteri politici e riduce il potere degli Stati. Tuttavia, resta necessario il coinvolgimento di ciascuno, partendo dall’interessamento delle vicende internazionali. Giustamente Riccardi, nel suo volume La forza disarmata della pace, sostiene che occorre maturare in se stessi il senso di una responsabilità generale, anche se non si è coinvolti direttamente. Contro la riabilitazione della guerra e della violenza ad ogni livello “il fattore umano è decisivo più di ieri. Gli uomini e le donne contano. Non ci sono pace e sicurez­za senza il loro coinvolgimento”.

Antonio Salvati
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