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“Sono tornato”. Ma quanto se ne era andato?

Ho visto “Sono tornato”, il film-remake attualmente nelle sale che immagina un Mussolini redivivo, che gira l’Italia e i suoi studi televisivi pronto a riconquistarne il consenso.
Al di là delle qualità dell’attore che lo impersona, l’ex duce è molto fake. Ben diverso in particolare dall’uomo che fu negli ultimi anni di vita, amareggiato, spento, e insieme vendicativo, arrabbiato con i tedeschi, di cui si era fidato ciecamente, arrabbiato con gli italiani, che si erano mostrati diversi da come li aveva dipinti la sua retorica, alla fin fine teso solo a salvare se stesso.
Il fatto è che il film, pur senza essere revisionista, offre un’immagine mitizzata di Mussolini. 
Il vero se n’è andato per sempre, a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile del 1945. Quello di cui si può leggere nei diari di Ciano e di Bottai, l’uomo potente e velleitario, patetico e umorale che i suoi collaboratori conobbero da vicino.
Ma il suo mito sembra essere rimasto tra noi, benché sottotraccia per decenni. Lo spirito dei tempi lo porta - ahimé - più in superficie, i luoghi comuni, ieri, e i social media, oggi, si trovano a loro agio con una figura astratta e disincarnata. Il risultato è quel che si vede nel film, le braccia tese - vere, da documentario - al passaggio del protagonista del Ventennio su un’auto d’epoca. 

Il film non ne ha colpa, mi sembra. La colpa è nostra. La colpa è di una società immemore, tanto tentata dalla nostalgia del passato quanto inadatta a fare i conti con il presente, tanto desiderosa di scendere dal treno della globalizzazione, quanto pronta all’evasione nel paese dei “telefoni bianchi”.
La scuola avrebbe dovuto cambiarci. La scuola avrebbe potuto impedire il ritorno del redivivo. La storia dovrebbe essere al centro di quella faticosa costruzione del cittadino di domani - e non solo del futuro lavoratore - che è ogni itinerario scolastico. Gli amici (e forse i colleghi) mi prendono in giro quando insisto sul fatto che nell’ultimo anno delle superiori si deve completare l’intero Novecento. Ma io resto convinto che far finire la maggior parte dei percorsi al fascismo o alla II guerra mondiale alimenta il mito, assolutizzi un momento della storia del paese, impedisca di cogliere il grande passo in avanti che abbiamo fatto dalla Costituzione in poi. Resto convinto che la storia, se la si insegna bene, se la si insegna con passione, se se ne trasmette il battito, è maestra di vita.
Scriveva giustamente stamattina sul “Corriere” Dacia Maraini che “un paese che perde la memoria diventa più povero”. Povero paese, allora, il nostro, in cui la memoria si perde e si sceglie un mito irreale e consolatorio.
E forse il momento più alto del film è quello in cui una donna anziana, malata di Alzheimer, unica fra tutti, riconosce in colui che ognuno crede un attore il “vero” Benito Mussolini, la cui violenza aveva conosciuto da bambina, la cui pedissequa imitazione dell’alleato aveva quasi spinto nella tomba, ed esprime tutto il suo orrore, l’intero suo sdegno, e lo caccia di casa.
L’impressione, purtroppo, è che la vera malata di Alzheimer sia l’Italia. 
La speranza è che, come quella malata, anche il paese cacci finalmente di casa l’incubo che è di ritorno.

Francesco De Palma

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