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Il fascismo eterno


In più occasioni, Umberto Eco si è pronunciato sull’importanza della memoria storica, che si va sempre più perdendo. Lo storico Eric Hobsbawm invitava a protestare contro la dimenticanza: “protest against forgetting”. In una lettera scritta al nipotino, pubblicata da L’Espresso nel 2014, Eco parlò della perdita della memoria storica come di una malattia “che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università”. Ma perché – chiedeva Eco al nipotino - è così importante sapere che cosa è accaduto prima? “Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria”.


Nei giorni scorsi  - a proposito di memoria storica - ho riletto un breve saggio di Eco Il fascismo eterno (definito dallo stesso Eco Ur-Fascismo), contenuto in Cinque scritti morali (Bompiani 1997) e recentemente ripubblicato separatamente (edizioni La nave di Teseo 2018), in prossimità del Giorno della Memoria.
"L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo", avverte Eco nelle ultime pagine del testo che aveva scritto nel 1995, come lui stesso precisa, "per un pubblico di studenti americani ed era stato pronunciato nei giorni in cui l'America era scossa per l'attentato di Oklahoma City, e la scoperta del fatto (per nulla segreto) che esistevano negli Stati Uniti organizzazioni militari di estrema destra".


Eco ci spiega che «il fascismo era un totalitarismo fuzzy. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni». Tuttavia, malgrado questa confusione Eco non si è sottratto nello sforzo, condensato in poche decine di  pagine, di delineare le «caratteristiche tipiche» del fascismo – ossia quelle la cui presenza, anche singolarmente, è sufficiente «per far coagulare una nebulosa fascista» – nel tentativo di individuare le potenzialità stesse che rendono il fascismo «eterno».
Quali sono queste caratteristiche tipiche? Il culto della tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell'azione per l'azione che porta a considerare la "cultura sospetta quando viene identificata con atteggiamenti critici", il disaccordo visto come tradimento, la paura della differenza, l'ossessione del complotto e l'appello alle classi medie frustrate. Inoltre, il disprezzo per i deboli, il machismo, la vita intesa come guerra permanente (dove non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”).
Ma quella più degna di interesse è quella relativa al “populismo qualitativo”. Ascoltiamo Eco in queste considerazioni straordinariamente attuali, seppur scritte – come ricordato – oltre vent’anni fa: “in una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l’insieme dei cittadini è dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza). Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” è concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la “volontà comune”. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo è così solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo TV o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo””.
Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai, ammonisce Eco.

Antonio Salvati

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