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“Chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?"

È la frase che Adolf Hitler pronunciò nel 1939, quando ordinò di procedere per la “soluzione finale”, quindi con lo sterminio degli ebrei. Qualcuno provò ad eccepire che sterminare milioni di ebrei non sarebbe passato inosservato, ma il Führer sentenziò: “Chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?”. 
Il Novecento è stato un secolo in cui, tra le altre cose, sono state perpetrate stragi efferate, è stato il secolo delle due Guerre Mondiali e dell’utilizzo a fini bellici dell’energia atomica.
Un secolo in cui si sono contati milioni di morti, quasi tutti i continenti sono stati coinvolti.
All’inizio di questo tempo così doloroso, il popolo degli armeni fu vittima di un grande massacro. 

Il 24 aprile è stato il 103° anniversario del “Metz Yeghern” (il Grande Male), che causò la morte di 1 milione e mezzo di armeni e diede inizio alla diaspora dei sopravvissuti.
In quel giorno, il governo dei “Giovani Turchi” diede l’ordine di arrestare, con una enorme campagna di polizia, tutta l’élite armena: dagli intellettuali ai medici, dai religiosi ai politici e tutti coloro che erano sospettati, oppure denunciati, di aver manifestato sentimenti o idee nazionaliste ostili ai turchi. Furono arrestati e poi uccise poco più di seicento persone. 
Nessuno volle o ebbe modo di protestare in maniera veemente o ufficiale: in Europa era in corso la Grande Guerra e le relazioni fra gli stati erano quasi del tutto interrotte.
Si alzò la voce della Chiesa armena, ad opera del patriarca Zaven Ter-Eghiyan, il quale chiese che fosse fermata la campagna di deportazione, ma non ottenne risultati.
Un mese dopo l’arresto degli intellettuali e dell’élite armena, il ministro dell’interni turco chiese di promulgare una legge speciale per attuare la deportazione degli armeni e la confisca dei loro beni.
L’intento era quello di colpire tutti i cristiani che vivevano dell’impero ottomano: i siriaci, i cattolici armeni, i caldei, anche gli assiri. Gli armeni vivevano in maggioranza in piccole comunità, talvolta isolate nelle campagne, tra la terra e il campanile; cioè, tra le terre da coltivare quotidianamente e il monastero in cui andavano regolarmente a pregare.
Si diede inizio ad una vera e propria caccia a tutti gli armeni: la maggioranza degli uomini furono uccisi. Furono massacrati nelle città, nei villaggi in cui vivevano, oppure furono deportati con marce terribili verso il deserto, dove i sopravvissuti furono poi fatti morire.
Assieme all’eliminazione della comunità armena, furono distrutte le chiese e i monasteri dove per secoli avevano pregato: fu attuata l’eliminazione della diversità che i cristiani avevano rappresentato per diversi secoli all’interno dell’Impero Ottomano. La diversità era divenuta la loro colpa, la minaccia che era stata fomentata davanti all’insorgere del nascente nazionalismo razzista e cieco che stava prendendo piede e la diversità divenne così un male da estirpare.
Il grandissimo sociologo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, nel volume “Modernità ed Olocausto” ha scritto di riconoscere nei genocidi un fattore nuovo, moderno: l’identificazione di un gruppo da criminalizzare e da annientare “in quanto tale”. Non ci si trova, dunque, di fronte a un nemico da sconfiggere perché latore, nello specifico, di una colpa, di una responsabilità, ma solo perché esiste.
Così, far memoria di storie anche lontane alla nostra cultura o origini, è comunque benefico per chiunque, permette di ricordare e sottolinea quanto sia necessario, fondamentale lavorare sempre per la pace e favorire la convivenza tra genti diverse, specialmente quando si vive in un tempo di pace e di coabitazione.

Germano Baldazzi

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