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Gaudete et exsultate: una santità "della porta accanto", ma esigente e rivoluzionaria

Poco meno di un secolo fa un altro pontefice, Achille Ratti, Pio XI, si era pronunciato più volte su un tema che gli stava particolarmente a cuore, quello della “chiamata alla santità” di tutto il popolo cristiano. 
Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso papa Francesco con l’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate (GE): “Il Signore […] ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente” (GE 1). 

Pio XI, in un altro quadro ecclesiologico, caratterizzato dalla netta separazione tra Chiesa docente e Chiesa discente, aveva pur sentito il bisogno, attento com’era alle problematiche concernenti la partecipazione dei laici al vissuto ecclesiale, di coinvolgere tutti i fedeli in un grandioso compito di riconquista sociale. Per questo avrebbe cercato, durante il suo regno, di diffondere un’idea “imitabile” della santità. Nessuno aveva il diritto di chiamarsi fuori, di sentirsi esentato dal comune dovere di formarsi alla scuola dei santi, di emularne il cammino; per tutti vi era “una lezione”, per tutti “un esempio”, perché tutti erano chiamati: “A tutti è possibile elevarsi nelle vie della santità, perché a tutti ha detto il Signore: ‘Sancti estote’” (discorso per la lettura del decreto di riconoscimento dell’eroicità delle virtù di Francesco Maria da Camporosso,17/12/22). In una prospettiva squisitamente pastorale era bene che i vescovi si adoperassero per “far bene intendere ai fedeli che la santità della vita non [era] un privilegio di pochi, a esclusione degli altri, ma che ad essa tutti [erano] chiamati, e che a tutti ne incombe[va] l’obbligo; che l’acquisto delle virtù poi, sebbene non (...) senza fatica (...) pure [era] reso a tutti possibile con l’aiuto della grazia divina, a nessuno negata” (enciclica Rerum Omnium, 26/1/23, dedicata alla commemorazione, nel terzo centenario della morte, di quel Francesco di Sales che era stato il primo teorico della “santità di stato”). Cos’era, d’altra parte, la santità? Essa non coincideva, per papa Ratti, con le virtù straordinarie, con i doni mistici eccezionali, con i carismi peculiari che abbondavano nella letteratura agiografica, ma consisteva semplicemente nello sforzo di incamminarsi sulla “via della vita cristiana, dei precetti di Dio, della Chiesa. Basta conoscerla e percorrerla [quella via] per essere dei Santi” (discorso successivo alla lettura del decreto di approvazione dei miracoli proposti per la canonizzazione di Roberto Bellarmino e del decreto “super tuto” per la beatificazione di Paola Frassinetti, 4/5/30). Appariva ovviamente chiaro al pontefice il suo essere alla testa di un popolo numeroso, variegato, distinto in consacrati e non consacrati, in militanti e non militanti, in fedeli e vacillanti, di un gregge che, per la sua stessa vastità e diversificazione, non poteva essere condotto, nella sua totalità, né sugli altari, né nelle loro vicinanze. Ma l’obiettivo rattiano non era tanto quello che tutti giungessero al traguardo (la santità canonizzata), bensì quello che tutti iniziassero a "gareggiare". 
E’ questo - mi sembra - lo stesso obiettivo che si è posto papa Francesco nella sua Esortazione apostolica. Le cui pagine vibrano insieme del respiro lungo e profondo della Chiesa, della personale rivisitazione bergogliana di autori e personaggi dei secoli cristiani, del parlare diretto e ricco di esemplificazioni del pontefice venuto “dalla fine del mondo”.
No, “la santità […] non è per superuomini”, come ha sintetizzato Pierangelo Sequeri su “Avvenire”. E tutti possiamo far parte della “classe media” della santità (GE 7), come ha sottolineato Antonio Spadaro sulla “Civiltà Cattolica”: “La santità va […] cercata nella vita ordinaria e tra le persone a noi vicine, non in modelli ideali [e] astratti”. Né bisogna puntare a vite perfette, senza errori (cfr. GE 22). Semmai la sfida è essere persone che, “anche in mezzo a imperfezioni e cadute, continu[ino] ad andare avanti e piac[ciano] al Signore” (GE 3).
“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’”, ha scritto Francesco (GE 7), la santità “di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio”. Del resto, “anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti, lo Spirito suscita ‘segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo’. [E] san Giovanni Paolo II ci ha ricordato che ‘la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti’. Nella bella commemorazione ecumenica che egli volle celebrare al Colosseo durante il Giubileo del 2000, sostenne che i martiri sono ‘un’eredità che parla con una voce più alta dei fattori di divisione’” (GE 9).
Se tutti possono essere santi, non è detto che poi lo si sia davvero. Si tratta di volerlo. Si tratta di concepire il proprio cammino sulla Terra come una missione: “Ogni santo è una missione”, dice con forza Bergoglio. “E’ un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo” (GE 19). “Anche tu hai bisogno di concepire la totalità della tua vita come una missione. Prova a farlo ascoltando Dio nella preghiera e riconoscendo i segni che Egli ti offre. […] Permettigli di plasmare in te quel mistero personale che possa riflettere Gesù Cristo nel mondo di oggi. […] Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta” (GE 23-4). 
Il messaggio del papa argentino non è accomodante, non vuole certo spingere a un pigro accontentarsi, o, peggio, a una triste autogiustificazione. Anzi. Andando avanti nell’Esortazione il tono si fa più esigente, perché la trasformazione che si auspica nella vita dei fedeli dev’essere in grado di confrontarsi con uno scenario difficile, con l’ampiezza della secolarizzazione, con una “terza guerra mondiale a pezzi”, con le mille tentazioni del denaro e del potere, con la “debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio” (GE 65). 
Santità, allora, è guardare alle beatitudini evangeliche, è ricordarsi della parabola di Matteo 25 (“Avevo fame e mi hai dato da mangiare” …). E’ fare di quelle pagine “una regola di comportamento” (GE 95). Qui il discorso di papa Francesco è quanto mai diretto: “Matteo 25 non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi. Davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, […] senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza: “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!” [GE 96-8]. 
C’è qui tutto Francesco, il suo modo insieme “fondamentalista” e rivoluzionario di leggere il Vangelo, di farne il cuore di ogni atto o discorso magisteriale: “La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente. Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi ‘seri’ della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli” (GE 101-2). 

Francesco De Palma


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