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"E tu splendi". Un romanzo di formazione che aiuta a vedere il mondo con altri occhi ...

“A essere onesti fin da subito, eravamo una famiglia di invasori in una terra piena di ricchezze e di cose belle. Di nascosto eravamo andati a invadere per il lavoro un posto che non era nostro”. E’ l’incipit di “E tu splendi”, di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli, 240 pp.), un romanzo che fa pensare, un titolo che si presta a molte riflessioni e che è preso dalle “Lettere Luterane” di Pasolini: “I destinati a essere morti non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello….”. 

Chissà chi potrà dire di splendere tra gli abitanti dell’immaginario paesino di Arigliana, in Basilicata, duecento abitanti divisi da antichi rancori, a un certo punto uniti dalla sorpresa e da un’ostilità di fondo (con qualche eccezione) alla scoperta che una famiglia di stranieri, scuri e sporchi, si è stabilita nell’antica torre normanna. Eh sì, Arigliana è presa dalla stessa psicosi che ossessiona da qualche tempo il Bel Paese, e il pugno di intrusi è prima sfruttato, poi accusato ingiustamente, infine arrestato o allontanato. Nonostante siano stati loro a suggerire la via d’uscita perché il piccolo paesino lucano potesse sfuggire al circolo vizioso dell’arretratezza e dell’ingiustizia. 
Abbiamo detto che non tutti gli ariglianesi condividono lo spirito dei tempi. Un eccezione è il protagonista, Pietro, ragazzino, orfano di madre, che vive a Milano col papà e viene spedito a passare l’estate dai “nononni”. Essendo l’intero romanzo in prima persona è lui a pronunciare le parole dell’incipit. E’ lui, quindi, sin dalle prime battute, a denunciare la contraddittorietà di un mondo di emigrati - Pietro e la famiglia al Nord, Salvatore in America, altri paesani un po’ dovunque nel mondo - che reagiscono con la chiusura all’ingresso dell’Altro nella vita quotidiana (“E che è? Noi non eravamo così. Questi fanno schifo”. E’ lo straniamento che percorre l’intero libro e che costituisce la cifra perché noi, lettori, possiamo andare oltre e, in un Paese che non brilla per lucidità e umanità, iniziare a splendere un po’.
“E tu splendi” è allora il classico romanzo di formazione. Pietro, e noi con lui, ci confrontiamo col grande tema dell’immigrazione, e con ciò che ne consegue: la diffidenza, la paura …; ma anche la possibilità dell’incontro. Perché non siamo condannati a uno scenario chiuso e opaco, non siamo “destinati a essere morti”: “E tu splendi, invece, Gennariello”, avrebbe detto Pasolini ….
Catozzella ha parlato del suo romanzo in una bella intervista, di cui mi piace proporre qualche stralcio qui in chiusura di recensione. Perché mostra la voglia di ragionare ed empatizzare che percorre, nonostante tutto, la società italiana, e dice alto e forte quello che è il compito di ogni autore di testi, di ogni lettore di libri: “Per me l’unico spazio di libertà di pensiero e di approfondimento che abbiamo sono i libri. State poco sui social, guardate poca televisione, ma leggete, come dico sempre ai ragazzi delle scuole. I libri ci aprono la mente e ci aiutano a capire chi siamo”. Ecco perché su questo blog, nelle settimane che verranno, sempre più cercheremo di parlare di libri. Ce lo chiede il nostro tempo. Un tempo in cui tornare a pensare.
“Perché gli stranieri ci fanno così paura? Perché in molti stati europei si è tornati a costruire muri?”, si chiede Catozzella: “Per me la questione è semplice e insieme profondissima: lo straniero ti fa ricordare che sei straniero anche tu. Tutti siamo stranieri e migranti, frutto di una catena ininterrotta di migrazioni. Del resto, anche l’anno scorso sono emigrati all'estero più italiani di quanti stranieri siano arrivati da noi: questa cosa però la rimuoviamo, perché ne proviamo vergogna”. Ma i muri sono un’illusione; e “la paura è una bugia”: “La creazione dello straniero come mostro, con tutte le conseguenze, è un discorso molto potente: televisione, giornali, social lo alimentano ogni giorno. Interi settori campano sulle bugie, a partire dalla politica, e dai sistemi di comunicazione. Si creano mostri e ci si propone come risolutori. [Ma] solo chi ha deciso di non usare il proprio cervello può credere alla possibilità di erigere muri”.
La scelta di tanti, di troppi, è di credere alle illusioni e alle bugie. E’ la scelta di non ascoltare il racconto di Josh, uno degli stranieri di Arigliana, coetaneo di Pietro, “storia fatta di viaggi, di abbandono, di perdita, di fame”. Di non condividerne il sogno, quello di fare come “la noce di cocco che per prima ha preso il mare, e piano piano dall’Australia è arrivata in America. Si chiama Martin, ed è la più coraggiosa di tutte le noci di cocco. E’ grazie a Martin se oggi l’America è piena di palme. Io voglio essere come Martin. E’ diventata un albero su una spiaggia lontana”.
Ecco, se provassimo a guardare le migrazioni con gli occhi di Josh, con gli occhi di una noce di cocco, forse inizieremmo a splendere anche noi ….

Francesco De Palma

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