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LTI: "Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole"

In questi giorni ho riletto “LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo” (Giuntina editore), di Victor Klemperer. Privato della cattedra di filologia romanza all’Università di Dresda per le sue origini ebraiche, Klemperer subì tutte le vessazioni che il regime nazista approntava per la Gegenrasse, con l’eccezione della deportazione e quindi della morte, grazie al fatto che la moglie, Eva, era ariana (e grazie al bombardamento di Dresda). In quegli anni scrisse un diario in cui annotava le trasformazioni operate sulla lingua tedesca dal nazionalsocialismo, il successo del regime nel creare un nuovo idioma, quello che il filologo chiama la LTI, la lingua Tertii Imperii. 

Klemperer registra e analizza il processo che finisce per asservire una lingua - e quindi lo stesso pensiero - alla dittatura, che dà vita a una neolingua di orwelliana memoria. Nel libro compaiono le bestialità del regime, ma si sottolinea un’altra tragedia, quella descritta nelle prime pagine del volume: “Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente”. 
Le parole sono pietre. Ormai lo sappiamo. Forse lo vediamo anche in questo nostro presente, dove cerca di farsi strada, tra le tante lingue di un’età confusa e poliforme, una LTRP, una lingua Tertiae Rei Publicae, che - fatta ogni debita differenza tra le dittature degli anni Trenta e la democrazia pluralista in cui viviamo - parla anch’essa di sacche di parassiti e di primato della nazione. La lingua può essere un veleno che agisce lentamente nell’organismo di un popolo, abituandolo ai temi del “sangue e del suolo” (80 anni fa), ovvero della “pacchia” (oggi). Tutto ciò produce un effetto tossico che non può essere sottovalutato e che anzi va combattuto con altre parole, con un pensiero e un agire umanistici. Dice l’autore di LTI: “Bisognerebbe seppellire in una fossa comune molte parole dell’uso linguistico nazista, per lungo tempo, alcune per sempre”.
Tornando a Klemperer, appunto, le sue note impressionano per la capacità di restituire un clima e un mondo a partire da una o da più parole. Troviamo, nella sua ricerca, la stessa acutezza delle opere di Primo Levi, il medesimo tentativo di penetrare il mistero di un universo diabolico. Come ha scritto Gian Enrico Rusconi a proposito dell’opera, siamo in presenza di “un documento che è ad un tempo una profonda testimonianza umana e morale e una forte intuizione scientifica e politica: la funzione centrale della lingua nella costruzione dei sistemi politici totalitari. Prima dell’orrore genocida culminante nella ‘soluzione finale’, c’è la lenta, inesorabile distruzione quotidiana della lingua tedesca. E quindi della sua anima”.

Francesco De Palma

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