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La parola rende forti. Integra e include.


Si discute da tempo della crisi della comunicazione e della didattica della lingua, da cui discende l’analfabetismo funzionale, l’innalzamento di barriere culturali e l’impoverimento lessicale. Una recente giornata di studi sul tema Educazione linguistica e formazione dei docenti, (promossa dall’Associazione professionale Proteo Fare Sapere, la Fondazione Di Vittorio, il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre) è stata l’occasione per tornare restituire centralità alla funzione della lingua.
Di tale centralità ne era convinto don Milani. Molti ricordano la sua espressione contenuta in Lettera a una professoressa: «È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui». E’ evidente che don Milani non si riferisse esclusivamente all’accesso alla cultura, ma della possibilità concreta di avere l’accesso agli strumenti per capire la realtà circostante, per poter scegliere, per criticare e per difendersi (con chiaro riferimento alle difficili condizioni lavorative ed economiche di tanti lavoratori nella lontana Italia degli anni sessanta). Altrettanto convinto ne era il famoso sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio che, da autodidatta, si appropriò del linguaggio e ne fece un’arma di riscatto per sé e i braccianti. Su questi temi si è più volte pronunciato il linguista Tullio De Mauro, una vita spesa contro l’analfabetismo, compreso quello di ritorno.



Proprio in questi giorni si sta dando conto dell’ultimo rapporto Ocse sullo Stato dell’educazione in Italia e nel mondo intitolato Education at a glance. Ne traiamo un quadro sconfortante, anche se francamente poco sorprendente: un Paese arretrato, con un tasso di istruzione decisamente più basso della media Ocse, dove i laureati scarseggiano sempre più ma, nonostante la penuria di «dottori», il vantaggio relativo della laurea sul mercato del lavoro è inferiore che altrove. Sostanzialmente, la laurea, anziché funzionare da ascensore sociale, da noi si eredita come una sorta di titolo nobiliare: la percentuale di laureati «figli di» sfiora il 90 per cento, mentre fra chi ha genitori con la sola terza media solo uno su dieci riesce a raggiungere l’agognato traguardo. In un Paese dove i pochi laureati sono per lo più donne, il 17 per cento di esse non fa più nulla: non lavora (né cerca lavoro) e non studia. I cosiddetti Neet in Italia sono il doppio della media Ocse (30 per cento fra i 20 - 24enni contro il 16%) e la forbice fra Nord e Sud è massima (15 per cento nel Nordovest, 32 per cento nelle Isole). Lo svantaggio dei poveri sui ricchi – attesta la ricerca - parte fin dall’asilo nido. Questione di costi che non tutti possono permettersi (i nidi, va ricordato, sono a pagamento, anche quelli comunali). Nonché – diciamolo - oltre a vere e proprie resistenze culturali.

Ma torniamo alla lingua e alle sue ricadute sociali. «[…] il linguaggio verbale è fatto di molteplici capacità» ripeteva spesso De Mauro. Un’espressione da prendere in debita considerazione, specialmente in tempi di regressione come i nostri, di fronte a una caduta di stile e contenuti della comunicazione orale e scritta. Saper parlare bene per De Mauro non deve appartenere a un’élite. Non si deve solo saper parlare, si deve anche capire. Si tratta, semmai di parlare, di conversare, di raccontare, di scrivere, di ascoltare, di dialogare, di leggere e, come direbbe Luigi Berlinguer fare e frequentare la musica perché «anche così si imparerà di più e meglio a usare bene la lingua».
Sappiamo quanto nel nostro paese la crescita dell’educazione linguistica è avvenuta non solo attraverso la scuola. Dopo la seconda guerra mondiale uno dei passaggi fondamentali per il superamento graduale dei dialetti (molti parlavano solo quello, ignorando l’italiano) si ebbe grazie a quella che dal 1954 divenne la principale forma di comunicazione: la televisione (gli ultrasessantenni ricordano ancora volentieri la nota trasmissione tenuta dal maestro Manzi Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta, che la RAI mandò in onda dal 1960 al 1968). Anche il passaggio alla scuola media unificata fu centrale per accorciare quelle grandi disuguaglianze che caratterizzavano il nostro Paese: quella importante riforma del 1963 evidenziò il carattere profondamente classista della scuola media sul quale tanto si è soffermato don Milani.

Certamente oggi il rilancio di un’educazione linguistica è legato alla battaglia contro le disuguaglianze che riguardano i nuovi italiani e non solo. Secondo dati del MIUR di marzo  2017 gli allievi stranieri nel nostro paese sono circa 815.00. Essi fronteggiano la flessione degli allievi italiani (- 2,3% negli ultimi cinque anni e + 7,8% di allievi stranieri). Oggi vi è una grande attenzione alla dimensione del parlato, per tanto tempo trascurato nella scuola, così come a quella capacità linguistica difficile da misurare e monitorare che è il comprendere. Tutto nel quadro di un altrettanto grande rispetto per le varietà linguistiche dei nuovi italiani. La conquista della lingua comune resta un obiettivo fondamentale perché consente l’inclusione, l’integrazione, evita la ghettizzazione e consegna un potere, che è quello a cui faceva riferimento Di Vittorio quando «cedeva un cappotto per un vocabolario».

Un ultimo aspetto: si rilevano pulsioni, emozioni che si riversano sulla nostra lingua; come più volte ha sostenuto l’ex viceministro degli Affari Esteri Mario Giro c’è una nuova domanda di lingua italiana: «a fronte di una narrativa italiana esterofila e pessimista il numero delle persone che studiano italiano nel mondo continua a crescere. La nostra lingua è un tesoro di influenza e reputazione politica nonché un vettore di sviluppo economico. Bisogna sfruttarlo meglio». Sappiamo che ogni lingua porta con sé una cultura, una storia e dei valori. L’italiano è la lingua dell’arte e della musica, ma non solo. È una lingua che si è arricchita nei secoli pur mantenendo una continuità millenaria con le lingue da cui deriva, il latino e il greco, ma anche di quelle con cui si è contaminata, come l’arabo, il francese, il tedesco … e di cui si trova traccia anche nei dialetti. Gli italiani sono disseminati in tutto il mondo. Perché – sostiene Anna Maria Villari - non dovrebbero essere portatori anche della loro identità linguistica e dei valori e della storia che essa porta con sé?

Antonio Salvati

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