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Un incontro, 50 anni fa, là dove i continenti si incontrano ...

Nell’agosto 1968 Olivier Clément, francese di mezza età, insegnante in un liceo di Parigi, passato dall’agnosticismo all’ortodossia, si reca ad Istanbul per incontrare ed intervistare il titolare della cattedra di Sant’Andrea, primus inter pares nella comunione ortodossa, l’ormai ottantenne Athenagoras. Sono loro il professore e il patriarca del titolo dell’ultimo lavoro di Andrea Riccardi (Jaca Book). 

All’origine dell’incontro il desiderio di una casa editrice francese, Fayard, di replicare il successo del dialogo tra Guitton e papa Montini e di far conoscere meglio un uomo che incarnava l’Oriente separato da Roma e pure, però, parlava di ecumenismo e di unità, tanto da incontrare Paolo VI prima a Gerusalemme (1964) e poi a Istanbul (1967). Dal lungo colloquio fra Clément e Athenagoras scaturirà un libro famoso in quegli anni di postconcilio, ovvero, appunto, “Dialoghi con Atenagora”.
Potrebbe sembrare una storia minore. E forse lo è. Ma quel che fa di quel momento qualcosa di tanto particolare da essere ricordato a 50 anni di distanza, è il suo valore simbolico. Due uomini dalle storie differenti, anche se non privi di tratti in comune, si incontrano là dove due continenti si approssimano fin quasi a toccarsi, sul Corno d’Oro. E lo fanno prevedendo già, forse confusamente, che la stagione che seguirà sarà quella della globalizzazione. La proposta del patriarca, rilanciata dal professore, è un umanesimo che si faccia forza di avvicinamento, di convergenza. Ed ecco il sottotitolo, tanto bello quanto attuale: “Umanesimo spirituale tra nazionalismi e globalizzazione”. 
Riccardi racconta un incontro. Segue il percorso di due uomini. Ma amplia il discorso a dismisura, quasi prendendo solo a pretesto quelle figure, per parlarci del ’68 francese, di un tempo di crisi e di cambiamento, di una stagione di fratture e ricomposizioni; e poi della “Grande Chiesa di Cristo”, quella bizantina, ridottasi ai minimi termini, alle dimensioni del Fanar, il quartiere stambuliota dove ha sede il Patriarcato, ovvero di tutta un’ortodossia prigioniera del blocco socialista; ma poi ancora dell’Oriente cristiano, del suo difficile rapporto con l’Altro differente da sé - l’Islam -, ma anche con l’Altro così somigliantegli - le tante etnie dei Balcani -. Insomma leggere questo libro è tuffarsi nella storia del Novecento, del Mediterraneo, del pensiero cristiano, di quello laico.
Su tale sfondo emerge la grandezza profetica di Athenagoras, uomo dell’unità tra i cristiani e tra i popoli, capace di sintesi tra Oriente e Occidente, tra spirito e modernità. Emerge la bellezza e la verità delle sue parole: “A Monastir” - il luogo in cui il futuro patriarca avrebbe passato l’inizio del suo itinerario ecclesiastico - ho conosciuto bene gli slavi. Ho anche osservato i tedeschi, gli austriaci. Con i francesi ho vissuto due anni. [...] Tutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto e ammirazione. [...] So pure che esistono forze oscure, demoniache che a volte si impossessano degli uomini, dei popoli. Ma l'amore di Cristo è più forte dell’inferno”.
Omaggio alla vita e al pensiero di Athenagoras, tributo alla vita e alla sensibilità di Clément - che è stato amico dell’autore -, “Il professore e il patriarca” è un inno alla possibilità ed alla necessità dell’incontro. Un’arte da coltivare o da rivitalizzare “in un tempo di spaesamenti globali e d'identità contrapposte”, come scrive Riccardi. Al fondatore di Sant’Egidio “la ‘parabola’ dell'incontro tra il professore occidentale e il patriarca orientale è apparsa quasi un messaggio, meritevole di essere narrato e scavato in profondità”. A tutti noi sembra - anzi, in questo 11 settembre potremmo dire che ne siamo sicuri - che la via di un umanesimo fatto di incontro e di reciproca comprensione è l’unica capace di fornirci un'exit strategy dal pericolo di uno scontro senza fine e senza redenzione. 

Francesco De Palma

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