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Dell'aldilà. Dall'aldiquà.


«Che cosa ci attende dopo la morte? Nessuno lo sa […]: dato che nessuno sa se ci sia o meno qualche cosa sull'altro versante della nostra morte, da questa inconoscibilità totale si deduce per necessità che le probabilità che ci sia qualcosa sono esattamente pari a quelle contrarie. […] La mattina in cui alla radio annunciarono la sua morte, scrissi: Gershom Sholem è spirato questa notte. E ora sa. Anche Bergman, ormai, sa. Anche Kafka. E mia madre e mio padre. […] Un giorno lo sapremo anche noi. Per intanto, continuiamo a collezionare dati d’ogni sorta. Non si sa mai» [Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, p. 498-99].
Queste parole, tratte dalla suggestiva autobiografia dello scrittore israeliano, sono state utilizzate da un’altra scrittrice – Eliana Bouchard – per introdurre l’ultimo lavoro di Paolo Ricca, Dell’aldilà e dall'aldilà. Che cosa accade quando si muore?, presentato lo scorso 26 settembre – dopo un primo esordio nei giorni del sinodo – presso la facoltà valdese di Roma.
«Perché immaginare l’aldilà, supponendo che ci sia? Perché – ha esordito l’autore – vogliamo sapere dove finiremo noi, dove sono andati in nostri cari che sono morti. E siccome non sappiamo, immaginiamo. Pensiamo l’aldilà con la nostra immaginazione, nel silenzio quasi totale della Bibbia, anche se non è affatto facile immaginare le cose di Dio».
Forse è per questo che Ricca, accanto a pagine ricche di riflessioni e ad una piccola antologia di cristiani riformati sul tema della morte (Lutero, Calvino ed infine Bonhoeffer), inserisce nel libro otto belle ed emblematiche immagini a colori, commentate alla fine del volume.
Paolo Ricca – pastore, teologo e professore per lunghi anni, senza dubbio uno dei più autorevoli esponenti del cristianesimo riformato in Italia – aveva già dedicato al tema una prima riflessione, a far data da quando (correva l’anno 1978) tenne la sua prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico presso la facoltà valdese sul tema: “il cristiano di fronte alla morte”. Ne nacque un piccolo libro – ancora diffuso dall'editrice Claudiana, che pubblica anche questa nuova fatica – del quale il volume da poco edito costituisce per molti aspetti un maturo approfondimento.
Sono trascorsi quarant'anni da quella prima riflessione e molte cose sono cambiate: quella che però non sembra mutata – ché anzi, semmai, parrebbe essersi approfondita – è la distanza enorme di gran parte del mondo cristiano, europeo ed occidentale, dalla riflessione sull'aldilà. «Siamo tutti saldamente ancorati nell’aldiquà, quando invece l’uomo medievale – ma anche i cristiani riformatori, come Lutero – era invece tutto proiettato e preoccupato dal destino della vita eterna», ha riassunto Ricca nel suo intervento. Eppure, l’aldilà resta un punto fermo della fede cristiana, anche se poco se ne parla. Nella Bibbia c’è la resurrezione, in primo luogo quella di Gesù, ma poi soprattutto quella del corpo. Il problema è l’aldilà del corpo, non quello dell’anima, qualunque cosa si intenda con questa parola.
Qui, la discussione ha affrontato una delle pagine più suggestive del bel libro di Paolo Ricca, laddove egli prende in esame le riflessioni di Karl Barth, definito a ragione «il maggior teologo protestante – forse il maggiore teologo cristiano – del  Novecento».
«Noi moriamo, ma Dio vive per noi. Così anche nella morte non siamo perduti per lui, quindi in verità non siamo perduti affatto. Un giorno non ci saremo più; anche allora però egli sarà per noi. […] Così nella nostra morte non può comunque accadere che noi cessiamo di essere sotto il suo governo, sua proprietà, oggetto del suo amore» [Karl Bart, Dogmatica, III/2, p. 743].
Che vuol dire quel “noi”? Secondo Ricca – che ci offre anche una preziosa traduzione italiana di Barth dall'originale tedesco – nell'aldilà è come se l’io personale si sciogliesse, pur senza scomparire. Scompare il suo isolamento, la componente polemica dell’io. C’è invece l’io di Dio, quando l’individuo non è più solo ma con Dio, e l’io di Dio diventa un noi.
La presentazione romana del libro – introdotta dal pastore Emanuele Fiume – ha toccato comprensibilmente solo alcuni dei temi, affrontati invece nel testo con grande chiarezza e suggestione: oltre ad una rassegna del pensiero dei più grandi teologi cristiani, da Giustino a Tommaso d’Aquino, non manca un capitolo sulle credenze nella reincarnazione e soprattutto un esame chiaro dei testi del Nuovo Testamento sulla risurrezione di Gesù.
Non è un libro dalle facili risposte: direi piuttosto un testo dai molti decisivi interrogativi su questo tema, che resta ancora davvero il grande assente dalla sensibilità del tempo presente. Sono domande rivolte a ciascuno, alle quali Paolo Ricca, pure, offre una breve ma importante considerazione conclusiva:

«come risponde – scrive – l’autore di queste pagine all'interrogativo […] tante volte ripetuto? Risponde nell'unico modo che gli sembra possibile, cioè con un atto di fede. […] Su cosa si fonda questo atto di fede? Su Gesù di Nazareth […]. È […] vero che il mistero resta grande. Resta grande per tutti, anche per i credenti. [A]lla fine, dice [l'evangelista] Matteo, “alcuni dubitarono” (28, 17). Eppure avevano incontrato il Risorto, anzi erano con lui in quel momento, ce l’avevano davanti. […] Di solito si dubita della sua presenza, oppure si denuncia la sua assenza; qui invece alcuni discepoli dubitano alla sua presenza! […] Davanti al mistero, è lecito esitare, e anche dubitare. [L’apostolo] Paolo però precisa che si tratta di un mistero rivelato. C’è una grande differenza tra un mistero e un mistero rivelato: un mistero è un punto oscuro, un mistero rivelato è un punto luminoso. La risurrezione è un mistero rivelato. E mentre davanti a un mistero che resta un enigma si può esitare e anche dubitare, davanti a un mistero che diventa rivelazione, cioè luce, si può credere».

Paolo Sassi 
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