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"Si tratta di scegliere se noi stessi vogliamo rimanere uomini oppure no"

Solo sei anni fa Rossella Urru, cooperante italiana rapita in Algeria, tenuta prigioniera da un gruppo islamista per nove mesi, infine liberata, poteva dire - a Milano, al Forum della Cooperazione Internazionale -: “Cooperare significa non voltarsi dall’altra parte, andare contro le ingiustizie, tutelare diritti altrimenti negati. La cooperazione è una scelta di vita, una scelta che costruisce. Rassegnarsi all’impotenza, o voltarsi dall’altra parte, è un’illusione che nuoce. E poi: rinchiudersi dove? ignorare chi? dalla frontiera in poi? dal mare in giù? Finiremmo per decidere chi è un uomo e chi non lo è. Ma si tratta piuttosto di scegliere se noi stessi vogliamo rimanere uomini oppure no. Ne va dell’umanità nostra e di tutti”. 
E’ vero: cooperare è una scelta di vita. A casa nostra e a casa loro. Con chi mi è vicino di di lingua e di storia, come pure con chi mi è più lontano. E’ scegliere per la vita e per l’umanità. Ed è vero: dove mettere il confine? Nel colore? Nella nazionalità? Nella “regionalità” (chissà se arriveremo anche a questo!)? Quando si vuole escludere si finisce “per decidere chi è un uomo e chi non lo è”. (E, ad essere coerenti - nel male, nella chiusura - si arriva pian piano a quella sottile striscia di pelle - la mia - che separa il mondo che conta - il mio - da quello che poi, alla fin fine, non conta granchè - quello degli altri, quello dell’Altro -).
E’ triste dover ricordare che l’Italia di allora fu unanime nella risposta gioiosa all’annuncio del rilascio della Urru. Fu unita nel sostenere il difficile lavoro di chi cercava di liberare la cooperante. Evitò di accusare una ragazza idealista di “imprudenza” o di non aver pensato “prima” agli italiani, o ai sardi. 

E’ triste ricordarlo perché questo è invece quanto avvenuto a proposito del recente rapimento di Silvia Romano in Kenya. Quanto un popolo può incattivirsi in sei anni! Quanto è facile decidere “chi è un uomo e chi non lo è”. E quanto è facile rinunciare all’umanità, scrollarsela di dosso, fare come un piccolo Mengele da salotto e dire: “Questo sì”, e “Quest’altro no”. Del resto è troppo nero, e poi in Kenya di bambini ce ne sono già tanti, e poi non sia mai che una volta cresciuto possa sbarcare da noi e minacciare la nostra identità.
Ha scritto Andrea Lavazza su “Avvenire” che “quelli emersi in queste ore sono segnali da non sottovalutare, spie di qualcosa che sta avvenendo nel profondo. E che può dare frutti malati nel futuro, se non verrà invertita la tendenza”. Lavazza ha ragione da vendere. Cerchiamo di ritrovare la luce e il cuore: “Si tratta di scegliere se vogliamo rimanere uomini oppure no”.

Francesco De Palma

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