Giornata della memoria. Antisemitismo e razzismo senza razza

Anche quest’anno sono tante le iniziative
e le istituzioni in prima linea nella Giornata della Memoria, come accade ormai
da qualche tempo, per commemorare le vittime della Shoah. Giornata per non
dimenticare. Pregevolmente la Rai sceglie di cambiare la programmazione per una
settimana intera dando spazio a film, programmi, servizi, reportage e
approfondimenti sul tema. In questi giorni tante pellicole intense, in grado di
far rivivere il dramma, sono state proiettate.
Come tanti hanno sottolineato,
soprattutto il presidente Mattarella, il virus della Shoah può rinascere, nei
bassifondi della società, nella cecità degli stereotipi e dei pregiudizi.
Giustamente nel corso del 2018 sono state ricordate le leggi razziali o
razziste del 1938 in cui non abbiamo disconosciuto le responsabilità degli italiani.
La Comunità di Sant’Egidio ha allestito un mostra Prendi la cartella e vattene da scuola che evoca il momento nel
quale gli studenti ebrei delle scuole e delle Università del 1938 hanno
scoperto pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico di non poter più
rientrare a scuola. Grazie al successo di pubblico la mostra  – in cui i bambini delle periferie romane
delle scuole della pace di Sant’Egidio con i loro disegni assai vivaci e
colorati hanno espresso lo stupore di fronte all’ingiustizia di allora ma anche
il dolore per tutte le forme di esclusione di cui loro stessi sono stati
vittime o testimoni – verrà, fino al 31 gennaio, sarà presente a Ostia (Roma),
presso la Biblioteca Elsa Morante. Significativamente il prossimo luglio i
“Giovani per la Pace” della Comunità di Sant’Egidio di 16 Paesi europei si
recheranno in pellegrinaggio ad Auschwitz. E’ opportuno chiedere ai giovani –
come ha detto Milena Santerini, sulle pagine di Avvenire – di ereditare e
conservare questa memoria.
Tuttavia, una narrazione distorta
dei crimini contro gli ebrei in Europa persiste, soprattutto nei paesi dell’est.
Mi ha profondamente colpito un recente sondaggio commissionato dall’emittente
Cnn, fine ottobre 2018, sull’antisemitismo oggi in Austria, Francia, Germania,
Inghilterra, Polonia, Ungheria e Svezia, dal quale risulta che un europeo su
quattro percepisce troppa influenza ebraica nei differenti teatri di guerra o
di conflitti a livello globale. Un ragazzo francese su 5, con un’età compresa
tra i 18 e 34 anni, ha infatti affermato di non sapere niente sulla Shoah. Invece
in Austria, luogo di nascita del fondatore del nazismo Adolf Hitler, il 12%
dichiara di non aver mai letto o sentito qualcosa sulla Shoah. Uno su cinque
ritiene che gli ebrei abbiano grande influenza nei controlli sui partiti
politici, anche se molti sostengono di non aver mai conosciuto ebrei. Un’alta
percentuale di polacchi sono consapevoli della piccola presenza ebraica nel
loro Paese, ma la pura percezione, nelle risposte, registra una presenza di
oltre il 20% sulla complessiva popolazione polacca. Per gli ungheresi il 20
percento del mondo è di religione ebraica (la realtà è molto differente e solo
lo 0,2% nel mondo è di religione ebraica). Un “antisemitismo senza gli ebrei”,
che spingono a una riflessione – attorno ad uno strano paradosso che sta estendendosi
in molti Paesi europei (in particolar modo nel centro Europa, tra Polonia,
Ucraina e Ungheria, ma la questione va ben oltre, territorialmente parlando) –
sulla crescita dell’ostilità antisemita.
Venendo a casa nostra, sarebbe
sbagliato sottovalutare i ripetuti attacchi e violenze, aggressioni,
provocazioni contro immigrati o afro-italiani di questi quest’ultimi mesi (il
«Far West», paventato dal presidente Mattarella quest’estate). Di fronte a tale
patologia morale e sociale che sta emergendo qualcuno sostiene che non è
razzismo, perché nessuno sta teorizzando l’inferiorità delle vittime o la loro
diversità biologica. In realtà dobbiamo preoccuparci molto di questo “razzismo
senza razza”. Il razzismo in un «però», direbbe Milena Santerini. Certo questa
forma nuova di intolleranza non è lo stesso razzismo scientifico delle teorie
discriminatorie del XX secolo, che pose le basi culturali che alle deportazioni
degli ebrei d’Europa, fino alla Shoah, la segregazione negli Usa e l’apartheid
in Sudafrica. Il neo-razzismo, sottile, o culturale, si distingue da quello
tradizionale perché parte da una gerarchia dei gruppi (prima i bianchi poi i
neri o gli asiatici…). Nulla a che vedere con l’eredità biologica o genetica
della “razza”, ma non per questo è meno pericoloso. I loro fautori
non esitano a sostenere che le differenze culturali sono incompatibili e
impediscono la convivenza e alla fine giustifica le discriminazioni. Si
difendono dicendo che le persone vanno giudicate per quello che sono e non per il
colore della pelle. Però si alimenta continuamente l’aggressività contro gruppi
umani presi nel loro insieme, definendo «parassiti» i rom e «delinquenti» tutti
gli immigrati e ripetendo come un mantra «Io non sono razzista, però…». Non
possiamo continuare a giocare con le parole. Le parole mal riposte sviluppano l’odio,
inquinano il clima sociale, degrada chi lo subisce e chi lo prova; può
facilmente scivolare nel razzismo aperto, particolarmente insidioso e
pericoloso con l’avanzata dei partiti populisti e xenofobi in Europa.
Occorre riprendere in mano le
parole “sane” come quelle della Dichiarazione universale dei diritti umani, di
cui abbiamo ricordato il 10 dicembre scorso, i 70 anni di faticosa applicazione
e di ricorrenti violazioni. Com’è noto, nel Preambolo, si afferma la fede dei
popoli delle Nazioni Unite «nella dignità e nel valore della persona umana». L’articolo
1 della Dichiarazione ne traccia il profilo: «Tutti gli esseri umani – così recita – nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di
ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di
fratellanza»
, L’essere persona, proprio di tutti e di ciascuno, è il principio
generativo della titolarità dei diritti e della responsabilità dei doveri. Ne erano
consapevoli i Padri del Concilio Vaticano II che diranno che «la coscienza è il nucleo più segreto e il
sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona
nell’intimità propria
» (Gaudium et spes, 16). Gli immigrati non sono dei
potenziali delinquenti e non rappresentano una minaccia alla sicurezza
pubblica. Per la Chiesa e per una vasta opinione pubblica (cattolica e non
solo) sono persone, titolari di diritti quanto responsabili di doveri, fratelli
nell’universale famiglia umana. «La
Chiesa, che, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è
legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del
carattere trascendente della persona umana
» (Gaudium et spes, 76).
Antonio Salvati

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