Gandhi, la disobbedienza civile

L’India in cui nacque e crebbe Gandhi era un paese agricolo, molto povero che viveva delle sue materie prime.
Il paese era controllato dall’Inghilterra, prima come vera e propria colonia, poi con un interesse economico, esplicitato in parte con l’esercizio della Compagnia delle Indie.
Gli inglesi erano convinti che per l’India il futuro potesse essere roseo solamente con una rapida modernizzazione, imitando e introducendo il più rapidamente possibile il progresso dell’Occidente europeo e americano.
All’inizio della sua attività pubblica, Gandhi suggerì che la via da seguire, invece, fosse la riscoperta dei valori tradizionali, la realizzazione dell’economia precedente all’occidentalizzazione, che stavano attuando gli antichi colonizzatori, in modo che portassero ad un lento smantellamento del sistema feudale e delle caste su cui si reggeva il paese. 

Per il Mahatma non vi sarebbe stato bisogno di modernizzare, era sufficiente l’artigianato: la tecnologia e le macchine erano sintomo di sfruttamento: esse venivano realizzate per sfruttare e colonizzare altri popoli, ed erano male.
Gandhi per spiegare il suo pensiero portava questo esempio: “Un aratro perfezionato può anche essere una bella cosa, ma se per caso un tale, da solo, grazie ad un’invenzione meccanico riuscisse ad arare tutto il territorio dell’India e controllasse cos’ tutta la popolazione agricola ed altri milioni di individui non avessero per questo occupazione, il pericolo sarebbe enorme. Gli uomini soffrirebbero la fame, sarebbero impigriti dall’ozio e diventerebbero dei somari come molti sono già diventati”.
Ma il suo non era un semplice rifiuto della modernità, rientravano in un piano politico che avrebbe riportato all’autonomia dei diversi villaggi, che nella visione del Mahatma, vedeva come base del nuovo stato indiano.
“Userò solo cose prodotte dai miei vicini”, usava dire Gandhi per restituire alle vite dei villaggi un senso di comunità. La sua visione semplice della società non voleva essere causa di uno scontro, non voleva fomentare un coinvolgimento politico e una conseguente lotta armata per difendere i valori di cui si diceva.
Professò idee rivoluzionarie, radicali, come l’uguaglianza tra uomo e donna e in genere tra poveri e ricchi: parlava di un rapporto fiduciario tra poveri e ricchi, cioè che quest’ultimi si comportassero come amministratori delle ricchezze che erano di proprietà anche dei poveri, ma mai perseguendo ad ogni mezzo le sue idee.
In nessun contesto si sarebbe dovuto ricorrere alla forza e alla violenza. La speranza di Gandhi era che il “tempo avrebbe cambiato i cuori”, e sulle caste che dividevano la popolazione, Gandhi ammetteva che “esse non conferiscono dei privilegi, ma definiscono solo dei doveri”. Con questa frase, voleva ammettere che non aveva intenzione di minacciare gli interessi tradizionali, in modo che gli abbienti, possidente e le caste non lo attaccassero.
Forse questo modo di fare ha permesso che l’India non cadesse nel processo rivoluzionario che le masse contadine portarono in Cina, destabilizzando il sistema politico cinese dell’epoca.
In particolare, la disobbedienza civile pensata da Gandhi, doveva essere anche la violazione delle leggi civili ritenute oppressive ed immorali e dal 1919 Gandhi iniziò a praticare la “disobbedienza civile”.
Ovviamente, contemplava di doversi esporre alle sanzioni previste dalla legge e si sottometteva pure all’eventuale incarcerazione. In sintesi, la sua protesta si incarnava nel rifiuto di collaborare con lo Stato, che riteneva corrotto. “Non credo alle scorciatoie violente al successo. Per quanto ammiri i nobili motivi e simpatizzi con essi, sono incondizionatamente avverso ai metodi violenti, anche se al servizio della causa più giusta”, diceva annunciando la sua decisione.
Dopo aver perfezionato e chiarito il metro del suo pensiero e l’esercizio della sua idea, il 5 gennaio 1922 Gandhi scrive sul quotidiano “Young India”: “Mi auguro di persuadere tutti che la disobbedienza civile è un atto inalienabile di ogni cittadino. Rinunciare a esso significa cessare di essere uomini. La disobbedienza civile non conduce mai all’anarchia. La disobbedienza criminale invece può farlo. Tutti gli stati reprimono la disobbedienza criminale con la forza. Se non facessero sarebbero condannati a perire. Ma reprimere la disobbedienza civile è come tentare di imprigionare la coscienza. La disobbedienza civile può produrre soltanto forza e purezza. Il seguace della suddetta non ricorre mai alle armi, e dunque non può nuocere in alcun modo ad uno stato disposto ad ascoltare la voce dell’opinione pubblica…”
Poi, prosegue: “Ma il diritto in sé non può essere messo in discussione. È un diritto naturale a cui non si può rinunciare senza rinunciare al rispetto di sé stessi… il suo esercizio deve essere accompagnato da ogni possibile precauzione. Devono essere prese tutte le misure possibili per evitare qualsiasi manifestazione di violenza e qualsiasi azione illecita. Inoltre, gli obiettivi devono essere limitati alle strette necessità dei singoli casi”.
Insomma, con queste parole Gandhi fornisce uno strumento di lotta non violenta, ma anche una linea di applicazione: non sempre ed indiscriminatamente per ogni tipo e genere di protesta, ma è un esercizio che prima pensato e meditato, infine applicato con l’aiuto di tutta la società interessata, dal più piccolo al più grande di età.
In queste, frasi si raccoglie una parte essenziale del pensiero e delle azioni del Mahatma Gandhi: alla violenza non si risponde mai con pari mezzi. L’arma che tutti abbiamo è la disobbedienza civile, civile nel senso di modo di relazionarsi tra esseri pensanti, tra uomini, quindi, parlando, ragionando, discutendo. E per far questo bisogna prepararsi, studiare, essere informati sulle cose, sulle proprie idee che si vuole difendere.
Questo è l’eredita principale che il Mahatma ci lascia con la “Teoria e pratica della non-violenza”.

Germano Baldazzi
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