La deportazione degli ebrei di Roma, fra storia e memoria. Intervista a Gabriele Rigano

La deportazione degli ebrei di Roma è un evento che ha segnato tragicamente la storia della Capitale. Se ne farà memoria sabato 18 ottobre con l’ormai tradizionale marcia cittadina, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Comunità ebraica di Roma, che ripercorre la strada degli oltre mille ebrei romani che ne furono vittime. Prenderanno parte alla manifestazione un ex deportato e i rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, insieme a migliaia di cittadini.

Lo scorso anno, in occasione dei 70 anni della deportazione, Notizie Italia News ha intevistato Gabriele Rigano, docente di storia
contemporanea all’Università per stranieri di Perugia e autore di
importanti studi sul tema.

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A Roma il 16 ottobre non è una data come le altre. Nel 1943 l’esercito
nazista deportò dalla capitale oltre mille ebrei, in maggioranza donne e
bambini. Vennero portati ad Auschwitz e morirono quasi tutti, solamente
in 16 tornarono dal campo di sterminio. La città si prepara a celebrare
il settantesimo anniversario di quel triste
avvenimento. Ne abbiamo parlato con Gabriele Rigano, storico dell’età contemporanea  e autore di importanti studi sul tema (uno dei quali nel volume La resistenza silenziosa curato da Marco Impagliazzo, da poco ripubblicato in versione ampliata).

Professor Rigano, cosa rappresenta questa data nella storia di Roma?
È una delle date più nere nella storia plurimillenaria della città: il
16 ottobre 1943 più di mille romani innocenti vennero arrestati e
deportati nei campi di concentramento. Fu la più grande operazione
contro gli ebrei in Italia durante la seconda guerra mondiale.
Nonostante questo, per lungo tempo la memoria di questo avvenimento è
rimasta circoscritta alla Comunità ebraica della capitale.
Nell’immediato dopoguerra, quando era forte la tradizione antifascista,
pur non essendoci una larga partecipazione di romani, le autorità
cittadine prendevano parte alle manifestazioni celebrative. Ma dagli
anni Sessanta anche questa consuetudine cominciò a venire meno.

Oggi la deportazione viene considerata una memoria cittadina. Cos’è accaduto?
È stata importante una manifestazione pubblica, una marcia, iniziata a
metà degli anni Novanta per l’iniziativa congiunta della Comunità di
Sant’Egidio e della comunità ebraica. Negli anni Ottanta la comunità
cattolica trasteverina aveva colto i germi di un risorgente
antisemitismo, allacciando rapporti di vicinanza con la comunità ebraica
romana. Il rabbino capo di allora, Elio Toaff, fu un interlocutore
importante e con lui si pensò di organizzare una manifestazione in
memoria della Shoà. Dal 1994, una marcia silenziosa attraversa ogni anno
la città la sera del 16 ottobre, compiendo il percorso inverso a quello
fatto dai deportati. Il corteo è aperto da una frase di Primo Levi:
“Coloro che non hanno memoria del loro passato, sono condannati a
ripeterlo”.

Sono passati quasi vent’anni dalla prima marcia e molto sembra cambiato.
Nel 1994 la manifestazione fu significativa ma con una partecipazione
contenuta. Di anno in anno si sono aggiunti nuovi compagni di strada.
Tanti romani hanno iniziato a considerare questa marcia come un
appuntamento importante per la città, in particolare molti giovani,
colpiti dalle parole degli anziani ebrei che hanno testimoniato quelle
dolorose vicende. Penso a Settimina Spizzichino, unica donna tra i
superstiti della deportazione, che negli anni Novanta fu una presenza
assidua alla manifestazione. Si sono fatti compagni di strada anche
molti religiosi di Roma, i cui ordini hanno avuto un ruolo importante a
difesa di tanti ebrei negli anni dell’occupazione tedesca, e non pochi
nuovi romani – gli immigrati – hanno compreso il rilievo di questa
memoria. Con loro numerosi  Rom, che come gli ebrei furono vittime del
razzismo nazista. È cresciuta nel tempo anche l’attenzione delle
istituzioni: in una prima fase erano soprattutto cittadine, poi hanno
aderito anche quelle nazionali. Lo scorso anno è intervenuto il
presidente del Consiglio, Mario Monti, esprimendo idealmente l’adesione
di tutto il Paese.

Perché ricordare?
La deportazione degli ebrei romani è una memoria cittadina, in cui
riflettere sulla storia ma anche sul presente, su chi oggi è vittima del
disprezzo e dell’odio. Ci ritroveremo in tanti a marciare insieme
verso l’antico Ghetto dove si terrà la cerimonia conclusiva, per
affermare che chi è diverso non deve mai essere considerato una
minaccia. Gli errori del passato non vanno ripetuti. In questo senso è importante stigmatizzare sempre il razzismo: come quello verso i Rom,
purtroppo ancora diffuso, non dimenticando che tanti di loro furono
uccisi nei campi dai nazisti. Ricordare non serve solo a fare memoria
del passato, ma a costruire un futuro diverso in cui non ci sia più
spazio per discriminazioni e razzismo.

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