fbpx

L’Afrique c’est chic

Una
recensione ad un amico non si nega mai, soprattutto quando scrive di Africa in
maniera godibilissima. Ho letto tutti i libri di Michele (sono più di trent’anni
che lo conosco e frequento con questo nome) e confesso che invidio la sua
indubbia capacità di narrare in modo decisamente accattivante. Infatti, una
cosa è scrivere articoli o saggi, un’altra è scrivere romanzi (in fondo i diari
di viaggio di Bartolo sono scritti in forma romanzata).  Scrivere è spesso un dono innato, un talento
innato. Il tipo di intuizione di uno scrittore, il potere della narrativa,
dell’immaginazione di trasmettere al di là della superficie della vita qualcosa
di più profondo, non è facile spiegarlo. Spesso gli scrittori nascono con
un’eccezionale capacità di osservazione: sin dall’infanzia guardano le persone,
le cose, la vita, se stessi in modo incessante e piano piano cominciano a
interpretare certi tratti, certe scene che non sono ovvie, che non sono in
superficie. Ha giustamente osservato il compianto Todorov: “
descrivendo un oggetto, un avvenimento, un
personaggio, lo scrittore non formula una tesi, ma stimola il lettore a farlo:
propone e non impone, lasciandolo così libero e al tempo stesso invitandolo a
essere maggiormente partecipe. Con un utilizzo evocativo delle parole, con il
ricorso alle storie, agli esempi, ai casi particolari, l’opera letteraria
produce un turbamento dei sensi, mette in moto il nostro apparato
d’interpretazione simbolica, risveglia le nostre capacità di associazione”. 





Con
questo ultimo libro, introdotto da Roberto Gervaso ed impreziosito da una nota
di Andrea Camilleri, si conclude la trilogia di racconti in terre africane di
Michelangelo Bartolo, medico scrittore un pò sui generis che si diletta a
passare diverse settimane, se non mesi, in paesi dell’Africa Sub-sahariana,
dove – come definisce lui stesso – ha il singolare hobby di aprire servizi di
telemedicina che, con pochi click, collegano il sud e il nord del mondo. Indubbiamente
Bartolo, attraverso questi libri, straordinariamente persuasivi proprio per
l’efficacia della loro narrazione, esprime compiutamente la potenza delle sue idee
e, innanzitutto, la sua passione civile, frutto del suo impegno con la
Comunità di Sant’Egidio.  

Il
filo conduttore del libro è – come accennato – il lavoro che il protagonista
compie con un gruppo di colleghi per aprire servizi di telemedicina in alcuni
centri sanitari, spesso isolati e fatiscenti con tutte le problematiche che si
incontrano in zone disagiate ma affascinanti. Un protagonista che comunque vive
i problemi di tutti, tanto che il primo capitolo si apre tra i corridori
dell’ospedale San Giovanni dove il protagonista veste i panni di medico di
guardia notturna. Ogni missione, narrata con passione ma anche con leggerezza
ed ironia – caratteristica di tutto il libro – conduce il lettore non solo a
tifare per la riuscita dei progetti, ma a comprendere la complessità di alcuni
fenomeni tipicamente africani che, con la globalizzazione, ormai riguardano
anche noi occidentali. Occorre fare un inciso, giustamente sottolineato dall’autore.
L’Africa non è un unico blocco, un’unica realtà, bensì una variegata entità
composta dalla varie diversità dei suoi cinquantaquattro paesi: come ci
rimarremmo se qualcuno confondesse l’Italia con la Polonia o, ancor peggio (di
questi tempi), con l’Ungheria?
Buona
parte del romanzo è ambientato in Centrafrica, paese sconosciuto ai tanti e divenuto
noto dopo la visita di Papa Francesco che proprio da lì ha aperto l’Anno Santo
della Misericordia. E’ la descrizione di un paese che sta faticosamente uscendo
da una guerra civile, di cui si spiegano le origini, le ragioni, le possibili
vie di uscita. Diverse pagine sono dedicate ai voli in aereo fino ad arrivare
alla convinzione del protagonista, dopo 6 tentativi di atterraggio andati a
vuoto, di vivere un dirottamento che costringe l’aereo ad atterrare in un
piccolo aeroporto del Camerun. La descrizione del Togo – meraviglioso paese che
ho avuto il piacere di conoscere e visitare – è l’occasione per soffermarsi
sulla condizione di un paese che, anche se ha avuto una certa stabilità
politica, vive alcune contraddizioni dei paesi africani; la discarica
raccontata con gli occhi di Isaac un bambino di 9 anni, ci da l’occasione di
comprendere cosa spinge tanti piccoli ad abbandonare le famiglie e vivere da
soli. Discorsi non detti ma narrati dagli occhi e le espressioni di Isaac sono
squarci di umanità che illuminano la vita dei piccoli in diverse capitali
africane.




Il
libro parte con un flashback iniziale, attraverso la storia di Salimu, bambino
in cura in un centro sanitario tanzaniano. Capiamo cosa c’è all’origine di
questo impegno in tanti paesi africani e come un’idea di realizzare servizi di
telemedicina si sia potuta ormai moltiplicare in 13 paesi africani proprio a
partire da questa piccola storia. E’ forse questa una caratteristica presente
nei libri di Bartolo: attraverso storie di uomini, donne, bambini, o dei
colleghi con cui collabora, si entra in contatto con una cultura talvolta
diversa e distante non solo geograficamente. C’è anche la storia di Lazzaro,
ragazzo mozambicano incontrato la prima volta a 5 anni e rincontrato ormai maggiorenne
ci porta in Mozambico.
Si
potrebbe dire che il libro narra, quasi in presa diretta, come lo slogan
“aiutiamoli a casa loro” viene già realizzato in modo quasi naturale da molti
cooperanti appartenenti a DREAM (programma della Comunità di Sant’Egidio che
nasce per il diritto alla salute, la lotta all’AIDS e alla malnutrizione in
Africa) e a diverse realtà internazionali.
E’
un libro leggero, anche divertente, che aiuta il lettore a guardare alla
globalizzazione con occhi diversi: una chance e non qualcosa da cui difendersi.
Davanti un mondo in cui si moltiplicano nuovi muri i servizi di telemedicina,
installati ormai in 31 centri sanitari in 12 paesi africani, costruiscono dei
ponti, virtuali certo, ma estremamente concreti. E’ il lavoro svolto da anni
dalla Global Health Telemedicine, onlus ideata dall’autore del libro, che di
fatto ha inventato un nuovo modo di fare cooperazione sanitaria. In pochi anni
quasi 8000 teleconsulti, a cui ha risposto un esercito di oltre 150 medici
volontari italiani appartenenti a ben 18 discipline mediche, sono riusciti a
fornire non solo suggerimenti diagnostici a terapeutici in luoghi sperduti del
continente africano, ma sono stati anche una sorta di formazione continua. E’
l’esperienza riuscita, che forse è solo all’inizio, di come si può aiutarli a
casa loro e arricchirci anche noi. Esperienza così riuscita che ha portato non
pochi lettori ad auspicare che tali servizi di telemedicina si possano
realizzare anche in Italia. Ma questa, è un’altra storia, o forse, un prossimo
libro. Caro Michele, a quando il prossimo libro sull’Africa?

Antonio Salvati
Facebooktwitter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *