La necessità della democrazia rappresentativa

Nel
dibattito politico si sta affermando il modello della democrazia diretta – quello
in cui i cittadini esercitano direttamente il potere legislativo senza
intermediazione – come alternativa alla democrazia rappresentativa. La nostra
Costituzione, com’è noto, integra adeguatamente i due suddetti modelli. Le
elezioni, da una parte, danno vita alle istituzioni della democrazia
rappresentativa; dall’altra, il nostro testo costituzionale contempla istituti di
democrazia diretta come la petizione, l’iniziativa legislativa popolare, il
referendum abrogativo, i referendum tipici delle Regioni e degli enti locali e
il referendum confermativo costituzionale. Alla Camera dei deputati si sta
discutendo la proposta di legge costituzionale sull’iniziativa legislativa
popolare. Essa prevede che quando 500mila elettori presentano una proposta di
legge, le Camere hanno diciotto mesi di tempo per approvarla. Se, trascorso
questo periodo, non interviene l’approvazione parlamentare, la proposta è
sottoposta a referendum. Non entro nel merito della proposta. Mi interessa
sviluppare alcune considerazioni sulla mediazione politica e sulle sue
trasformazioni, con particolare riguardo all’organo principe della rappresentanza
democratica: il Parlamento. Senza soffermarsi sulla crisi del ruolo del Parlamento,
di cui si dibatte da decenni, è opportuno riflettere sulle oggettive o meno
difficoltà a governare democraticamente una società oggi sempre più disaggregata,
attraversata da forti divisioni e apparentemente senza più nessun «credo»
ideologico. Più la nostra società diviene complessa, per tanti versi frantumata,
privata dei tradizionali collanti sociali, più si rafforza l’idea di trovare
modalità o meccanismi istituzionali che permettano di “decidere” ad ogni costo e
garantiscano la legittimazione a governare in ogni caso. Fino ad arrivare a
teorizzare il congelamento di alcuni poteri del Parlamento, portando la
popolazione a decidere direttamente su temi di interesse generale, attraverso
piattaforme e quant’altro.


Siamo
al cuore del problema: è opportuno affidarsi al «popolo» per decidere su
questioni decisamente importanti o sensibili come quelle legati alla bioetica,
ai vaccini, al fine vita ecc., o in generale su tutti quei temi (giustizia, sicurezza,
scuola, tasse) che richiedono una “necessaria” mediazione politica? Arduo
rispondere in poche battute. Solitamente,  quando viene meno la rappresentanza o la
mediazione politica, i cittadini vengono strumentalizzati. Nella democrazia
diretta la responsabilità è sempre «scaricata» sul «popolo» e sui cittadini
senza volto che hanno approvato o respinto un quesito pensato e formulato in
altre sedi. Quasi sempre dietro al «teatrino» della democrazia diretta c’è
anzitutto una regia che, differentemente di quanto si crede, non è nelle mani
dei cittadini, ma di gruppi organizzati. Pertanto, saranno le minoranze organizzate
attraverso la rete a decidere le leggi da approvare, diventando esse stesse le
élites che vogliono contrastare. I rischi sono seri come quello di contrapporre
la volontà popolare a quella parlamentare, favorire i cittadini più avveduti e
provvisti di risorse culturali ed economiche, penalizzare i deboli e i non pochi non frequentatori della rete e, infine, ridurre la libertà di scelta a un «sì» e un
«no». Non considerando, inoltre, di essere nel tempo delle fake news,
responsabili della veicolazione di numerosi pregiudizi spesso palesemente antiscientifici.
Come accade ad esempio sul tema delle migrazioni, forse uno dei campi più bersagliati
dalle fake news.

Se
chiedessimo – ad esempio – agli italiani di esprimersi sull’affermazione che
gli immigrati sono portatori di gravi malattie, certamente la maggioranza
confermerebbe questa ipotesi, esprimendo un chiaro pregiudizio antiscientifico.
Purtroppo per la moltitudine della nostra popolazione la scienza «non è
democratica», ossia non può lasciarsi definire dai pareri, seppur maggioritari,
della società. Sono innumerevoli gli studi – e soprattutto un recente documento
dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – che smentiscono chiaramente
 il suddetto pregiudizio, dimostrando che i
migranti si ammalano prevalentemente a causa delle cattive condizioni di vita
nei Paesi in cui arrivano. Ma – direbbero alcuni – «non mi pare» o «non mi
risulta». E se chiedessimo agli italiani cosa pensano dell’immigrazione da un
punto di vista economico? O meglio l’immigrazione produce effetti positivi a
favore della nostra economia? Non è una domanda peregrina. Sono frequentissimi
i dibattiti – soprattutto tra le persone comuni – sui costi legati all’accoglienza
e all’immigrazione in generale. Nella letteratura economica, non nelle
chiacchiere da bar (con il massimo rispetto per essi), è ormai consolidata la
tesi che gli effetti dell’immigrazione siano positivi. Soprattutto nel lungo
periodo. Innanzitutto, gli immigrati contribuiscono alla crescita del Prodotto
interno lordo. Inoltre, un altro effetto positivo dal punto di vista
macroeconomico dell’immigrazione è legato al miglioramento demografico che i
flussi migratori inducono nella dinamica della popolazione. Infatti, gli
immigrati – ma sarebbe più corretto parlare nuovi italiani (il 2017 è stato un
anno record di acquisizioni di cittadinanza, uno su tre erano minori di 15 anni)
o di residenti di origine straniera – hanno generalmente un’età media più bassa
rispetto ai residenti e tassi di fecondità superiori. Gli immigrati favoriscono
un ringiovanimento della popolazione italiana e da esso scaturiscono una serie
di benefici economici: dall’aumento del gettito fiscale (in quanto,
generalmente, gli immigrati appartengono alla popolazione attiva e, pertanto,
tendono a produrre reddito e a pagare le tasse sui redditi prodotti) al contribuito
determinante a favore del bilancio pensionistico che altrimenti in Italia
sarebbe fortemente deficitario. Il sistema pensionistico italiano è basato sul
cosiddetto
pay as you go, ossia su
uno scambio intergenerazionale in cui chi oggi lavora paga la pensione a coloro
che sono già in quiescenza.
Solo
pochi cenni per ribadire la necessità della rappresentanza e della faticosa mediazione
politica. E, soprattutto, per mettere in guardia da eventuali derive «sovraniste»,
chiare espressioni di un liberalismo individualistico che fa affidamento a capi
carismatici, approfittando di un clima impaurito e rissoso, che ha reso il «popolo»
scomposto, smarrito, privo di legami sociali e di una visione comune.


Antonio
Salvati

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