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Le ingiustizie della giustizia

Il
libro di
Raffaele
Cantone e Vincenzo Paglia, La coscienza e
la legge,
di cui ci siamo occupati in un precedente blog, tratta diffusamente
la “centralità” della questione carceraria, relativamente alla
consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri
alla qualità civile di una società. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle
carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la
persona umana, sostiene Paglia. Siamo sufficientemente informati quanto il
sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita
e della dignità dei detenuti. Malgrado diversi provvedimenti per fronteggiare le
gravissime disfunzioni, siamo ben lontani da una soluzione. Eppure i padri
costituenti tracciarono con estrema chiarezza che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari
al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato
(art. 27 Cost.)», definendo, inoltre, la proporzionalità
della pena con il crimine compiuto. E, infine, che la pena del carcere deve
esaurirsi nella privazione della libertà personale del detenuto, senza
l’imposizione, come spesso accade, di misure aggiuntive, come l’assenza di
qualsiasi privacy, le gravi condizioni sanitarie, la mancanza di lavoro, la
privazione dell’affettività, etc. Occorre rispettare tali indicazioni per
restituire al carcere quel “senso di umanità” di cui, appunto, parla
esplicitamente la Costituzione e che permette – osserva giustamente Paglia – «di salvare sia la dignità per i detenuti sia
la speranza di una loro futura redenzione
». Non a caso non pochi giuristi
da anni predicano unanimemente il carcere come l’extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o
peggio per guadagnare consenso. Infatti, prende sempre più piede una mentalità
vendicatrice verso i colpevoli, contribuendo a rendere le carceri una
“discarica sociale” di coloro che sono già ai margini della società (come
attestano i dati relativi al numero decisamente alto di tossicodipendenti e di
migranti nelle carceri). E, inoltre, perde sempre più vigore il dibattito sulle
pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l’affidamento ai
servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci
sono ovviamente le condizioni previste. Eppure, da anni, le statistiche sono a
favore di tale prospettiva. Sono circa il 30 per cento i casi di recidiva di
chi ha scontato la pena attraverso forme alternative e invece nel 70 per cento
di chi l’ha scontata in carcere. Tanti detenuti – ricorda Paglia – sono per lo
più dimenticati durante la loro detenzione e soprattutto sono abbandonati a
loro stessi una volta usciti dal carcere. È illusorio pensare che
l’inasprimento delle pene, oppure la costruzione di nuove carceri, favoriscano
l’affermarsi della giustizia. Oltre che illusorio è anche dannoso. Papa
Francesco, nel discorso ai penalisti tenuto il 23 ottobre 2014, consapevole
della situazione, sosteneva che «stando
così le cose il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente
sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone,
soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la
cui efficacia, fino ad ora, non si è potuta verificare, neppure per le pene più
gravi, come la pena di morte. C’è il rischio di non conservare neppure la
proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori
tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come
ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi
contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è
anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre
sanzioni penali alternative. In questo contesto, la missione dei giuristi non
può essere altra che quella di limitare e di contenere tali tendenze. È un
compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema
penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di
comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di
vendetta che serpeggiano nella società
». Queste parole del papa, precise e
dettagliate, per Vincenzo Paglia, andrebbero considerate e comprese nella loro
forza sia giuridica sia umanistica, talmente tante sono numerose le
contraddizioni che afferiscono alle carceri. C’è da essere preoccupati per la
crescita di mentalità vendicatrice senza né perdono né misericordia, avvertono
gli autori del volume. «Non possiamo
retrocedere sulla concezione redentiva del carcere e della pena. È una
questione di civiltà. La distrazione da tale questione diviene complicità con
una cultura giustizialista e, alla fine, crudele
». Paglia si sofferma sulla
presenza in carcere dei bambini piccoli, seppur si tratta certamente di una
presenza numericamente esigua. I dati del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria, al 31 agosto 2018, contavano nelle carceri italiane 52 madri con
62 bambini, quasi equamente distribuite tra italiane (27 con 33 figli al
seguito) e straniere (25 con 29 figli). È un numero in calo rispetto alla
precedente rilevazione del marzo 2018, quando erano presenti nei penitenziari
italiani 58 madri con 70 bambini, nelle aree del carcere denominate “sezioni
nido”. Questi bimbi possono restare con le madri fino all’età di 3 anni. Nei
cinque Icam, dove si può restare fino ai 6 anni, ce n’erano – sempre al 31
marzo 2018 – altri 18 (con 15 mamme). Un sistema che non riesce a liberare 62
bambini non solo è contro i dettami costituzionali che vedono nel carcere uno
strumento rieducativo, ma è profondamente in contraddizione con il minimo senso
della humana pietas. È senza dubbio
una delle frontiere dove la società può mostrare il rapporto virtuoso e indissociabile
tra giustizia, misericordia e perdono.


Cantone fa proprie le parole di
Paglia quando afferma
«il torto subìto o non ricucito, sia
nelle vicende personali sia nello scacchiere internazionale, crea abissi di
rancore
». E’ quanto in parte accaduto – rileva il
magistrato napoletano – anche nel nostro paese o, meglio ancora, quella che è
stata la sensazione di una parte dei cittadini, poi strumentalmente alimentata
da una parte non sempre corretta dell’informazione e dai fautori delle
politiche securitarie. È vero che in Italia non c’è un aumento della
criminalità e i dati statistici lo dimostrano in modo inequivocabile,
«ma il senso di
insicurezza dei cittadini è certamente cresciuto nell’ultimo periodo e ciò è
stato anche dovuto spesso a risposte sul piano dell’ordine pubblico e
giudiziario che non sono apparse a molti italiani sufficienti a risarcire
quelli che apparivano i torti commessi
». Per il magistrato pretendere un po’ di rigore e una maggiore afflittività delle
pene non significa affatto voler contestare il principio di rieducazione delle
pene o peggio ancora strizzare gli occhi ai forcaioli dell’ultima ora; «significa, al contrario, provare a togliere
argomenti a chi soffia su certe preoccupazioni più o meno fondate che avvertono
i cittadini! Non credo, ad esempio, in questa prospettiva, che sarebbe
scandaloso augurarsi una riforma del sistema di giustizia minorile che non
leghi certe opportunità solo al dato anagrafico, ma tenga conto dell’effettivo
sviluppo dei minori; non tutti i diciassettenni, ad esempio, sono uguali e non
tutti meritano di essere trattati da ragazzini che devono essere aiutati a
crescere
».


E’
opportuno il richiamo di Paglia al
la nota affermazione evangelica: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi»
(Matteo 25,36). Sono poche parole – ricorda Paglia, facendo tesoro dell’esperienza
nelle carceri della Comunità di Sant’Egidio –, che hanno segnato in profondità
milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le
parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Gesù –
seguendo la narrazione dei Vangeli – visse in prima persona le esperienze dei
perseguitati dalla “giustizia” umana, fino alla condanna a morte pur essendo
innocente, come lo stesso Pilato riconobbe pubblicamente. Ricorda Paglia: «Gesù fece esperienza della rappresaglia e
dell’arresto, provò l’angoscia sino a sudare sangue, subì l’arresto, la
detenzione, il processo, le false testimonianze, le false accuse, le derisioni
dei carcerieri, e infine il supplizio della morte in croce. Al culmine del suo
dramma seppe trovare anche le parole giuste per confortare uno dei suoi due
compagni di croce. A questi che gli chiese: “Ricordati di me quando sarai nel
tuo regno”, egli rispose: “Oggi stesso, sarai con me in paradiso”
». Don
Mazzolari, da quel grande credente che era, scrisse che Gesù entrava in
paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con
qualche compiacimento, commentava: «Che
corteo!».
Gesù non si vergognò di identificarsi con i carcerati, fu lui
stesso carcerato. C’è come una sorgiva “fraternità” dei cristiani con i
carcerati. In precedenti pubblicazioni Paglia aveva già ricordato quanto nella
tradizione cristiana è ininterrotta la pratica della visita ai carcerati, ed è
tra le più pervase di misericordia: «e
spesso è stata all’origine di una nuova e più umana condizione dei carcerati e
degli stessi edifici nella loro struttura architettonica sino al cambiamento del
termine, da carceri a penitenziari, ossia luoghi di penitenza in analogia ai
conventi. E la penitenza era tesa alla redenzione, al cambiamento del
colpevole, perché potesse reinserirsi nella società. Tale amore per i carcerati
ha spinto molti credenti lungo i secoli a frequentare i luoghi di reclusione e
a sviluppare una preziosa e molteplice azione tesa comunque ad umanizzare le
carceri
».
Antonio Salvati

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