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Papa Francesco in Campidoglio: una lezione di storia, una missione da vivere …

Papa Francesco ha compiuto ieri una visita breve, ma molto significativa. E’ rimasto a Roma, ha attraversato il Tevere, è salito in Campidoglio, cuore sacro della città antica, cuore amministrativo di quella dei nostri giorni. 
Mi sembra abbia voluto tenere un discorso alto, che si è sottratto ad ogni osservazione legata alle recenti disavventure della giunta Raggi. Per approcciare invece, nell’aula “Giulio Cesare”, sala consiliare del Campidoglio, il tema di fondo, il tema dei temi: cosa Roma possa e debba essere, per restare fedele alla propria eredità, come pure alla propria missione nel mondo. Perché – sì – Roma ha una missione nel mondo, anche se spesso ce ne scordiamo ….
Il papa ha parlato allora agli amministratori, ma anche ai cittadini. Lo ha fatto esprimendo tutta la sua simpatia umana per la città di cui è vescovo, ma anche impartendo una lezione di storia. Di storia attualizzata, ovviamente, non libresca: “Roma, lungo i suoi quasi 2.800 anni di storia, ha saputo accogliere e integrare diverse popolazioni e persone provenienti da ogni parte del mondo, appartenenti alle più varie categorie sociali ed economiche, senza annullarne le legittime differenze, senza umiliare o schiacciare le rispettive peculiari caratteristiche e identità”.
Il pontefice venuto dalla fine del mondo ha saputo cogliere l’unicum di una città che è più di una capitale. Roma è un simbolo, ovvero – come si sarebbe detto un tempo – communis patria di tutti i popoli: “Questa città […] è diventata polo d’attrazione e cerniera. Cerniera tra il nord continentale e il mondo mediterraneo, tra la civiltà latina e quella germanica, tra le prerogative e le potestà riservate ai poteri civili e quelle proprie del potere spirituale”.
Cerniera nel passato, la città può esserlo anche nel presente, e per il futuro. Per questo, dal lato amministrativo, gestionale, funzionale, “necessita di cura umile e assidua”, “esige e merita la fattiva, saggia, generosa collaborazione di tutti”. Per questo però, guardando all’essenza, è decisivo anche che Roma “si mantenga all’altezza dei suoi compiti e della sua storia, che sappia anche nelle mutate circostanze odierne essere faro di civiltà e maestra di accoglienza, che non perda la saggezza che si manifesta nella capacità di integrare e far sentire ciascuno partecipe a pieno titolo di un destino comune”. Roma è chiamata ad essere “città dei ponti, mai dei muri!”. 

Un concetto simile Bergoglio lo ha voluto condividere non solo con le autorità, bensì pure con la cittadinanza, riunita nella piazza michelangiolesca, esprimendo il proprio “incoraggiamento ad essere ogni giorno ‘artigiani’ di fraternità e di solidarietà. Questo è il compito di un cittadino: essere artigiano di fraternità e solidarietà. […] Oggi, e ogni giorno, vorrei chiedere a ciascuno di voi, secondo le proprie capacità, di prendervi cura l’uno dell’altro, di stare vicini gli uni agli altri, di rispettarvi a vicenda”.
Una lezione di storia e di vita; e dei compiti a casa, per tutti. Come ha scritto Riccardi su “Avvenire”, la visita di Francesco in Campidoglio è stata “un incontro con Roma”: con una città tante volte “incattivita e imbruttita”, ma con cui il papa ha comunque voluto condividere una visione universale, che starà alla città tutta prendere sul serio, liberandosi dal provincialismo, [o dal] vittimismo”, recuperando una funzione e “un’anima”.

Francesco De Palma
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