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Abbiamo bisogno della Flat tax?

Non pochi esperti di
comunicazione avvertono che il registro emotivo della comunicazione politica
funziona ancora e funzionerà per parecchio tempo. Su diverse questioni –
soprattutto economiche – il cittadino non cerca di comprendere meglio, di
chiedere spiegazioni. Anche perché spesso non è in grado di capirle. Siamo di
fronte a un crollo delle conoscenze diffuse nella popolazione. Anche sui temi
di cui si parla spesso. Un italiano su quattro non sa davvero cosa sia lo spread.
Per votare ci vuole una comprensione vera dei problemi che sta diventando
inaccessibile ai più. E’ evidente che anche in passato c’è sempre stato un gap tra la politica reale o discussa e
la sua comprensione. In realtà, nei decenni passati disponevamo di sistemi
culturali e di valori cui ciascuno faceva riferimento per interpretare le
proposte politiche che adesso non esistono più. Inoltre, il Paese è
caratterizzato da bassa scolarità e la diffusione dell’informazione sulla rete
internet ha fortemente alimentato la presunzione della democrazia della
conoscenza, di cui ciascuno potrebbe fare innumerevoli esempi. La cosiddetta infobesity, ossia l’ipertrofia
dell’informazione accessibile a tutti, ha favorito l’aumento di confusione. L’uso
massivo del web rende tanti incapaci di distinguere notizie vere da notizie
false.
Fatte queste dovute premesse
chiediamoci – nella maniera più semplice possibile – se veramente abbiamo
bisogno della Flat tax, di cui si parla da tempo e immediatamente rilanciata
dopo l’esito delle elezioni europee: è stato proposto un piano di tagli fiscali
da 30 miliardi sui redditi da lavoro e sulle imprese. Chiaramente occorrerà se la
cosiddetta tassa piatta farà parte della manovra economica d’autunno, con i conti
pubblici sono sotto esame UE e lo spread che viaggia a quote pericolose. Ancora
delle premesse relative al nostro paese che conserva caratteristiche sociali ed
economiche articolate. La ricchezza delle famiglie resta tra le più alte del
mondo, continuando ad aumentare a fine 2018. Cresce anche il numero dei poveri che durante
la crisi è raddoppiato a 5 milioni. I dati relativi alle successioni ereditarie
ci informano che l’1% più ricco degli italiani ha aumentato dal 18 al 25% la
sua quota parte della ricchezza nazionale tra il 1995 e il 2016. Pochi giorni
fa abbiamo pubblicato un blog relativo alle disuguaglianze sociali nel mondo e
nel nostro paese, facendo riferimento ad un recente volume della Volpato dove
si parlava diffusamente dell’indice Gini che registra il tasso diseguaglianza. Tra
i principali Paesi UE l’Italia ha, con la Spagna, il maggior tasso di
diseguaglianza (indice di Gini) che dipendono dalle politiche sul prelievo
fiscale e sulla redistribuzione del reddito. Secondi i dati del Forum
Disuguaglianze, oggi in Italia fisco e welfare riducono le disparità di reddito
di 18 punti, meno di quanto avvenga in Francia e Austria (22 punti), Germania
(21) o Spagna (19). C’è un altro aspetto da considerare, quello della progressività,
prescritta dalla nostra Costituzione (art. 53). Il prelievo può aumentare in maniera
proporzionale al reddito, attraverso le aliquote crescenti Irpef. Pertanto, l’introduzione
di un’aliquota fissa dovrebbe essere quindi accompagnata da correttivi (come
esenzioni o deduzioni) per non essere incostituzionale.
Detto ciò, è fuori discussione
che l’attuale imposta sul reddito sia
molto evasa e poco equa. Gli esperti ci spiegano che su oltre 40 milioni di
contribuenti 13 milioni non pagano nulla. I 5 milioni con reddito sotto i
15mila euro versano meno del 4% del totale. Il 57,5% del gettito è assicurato
dai 20 milioni di cittadini con imponibile tra i 15 e i 50mila euro. E poco
meno del 40% dai due milioni di italiani che guadagnano oltre 50mila euro. C’è
quindi una forte progressività. Che diventa palese iniquità tenendo conto
dell’evasione dell’Irpef, che è una sorta di tassa negativa regressiva. Nel
2015 valeva 38 miliardi di euro sui 163 del gettito Irpef. E’ evidente che il
recupero del ‘nero’ consentirebbe da solo di finanziare una forte riduzione del
livello o del numero delle aliquote, anche a parità di prelievo complessivo. Purtroppo
si continua a trascurare – malgrado importanti risultati negli ultimi anni – l’ampia
area dell’evasione, che vede l’Italia al top in Europa. Nell’attuale sistema
italiano è l’Irpef ad assicurare la progressività del prelievo sulle persone
fisiche. Le imposte indirette, come l’Iva, diminuiscono la loro incidenza
all’aumentare del reddito, sono quindi regressive: pesano oltre il 25% sul 20%
più povero della popolazione e circa il 10% sul 20% più ricco. Peraltro – ci
informano Massimo Baldini e Leonzio Rizzo – il raggio d’azione dell’Irpef è
stato già ridotto negli anni. Sono nate imposte sostitutive di tipo
proporzionale, che hanno ridotto la progressività del sistema. Basti pensare
all’ultima: la Flat tax al 15% per le partite Iva, estesa dal governo in carica
fino ai 65mila euro di reddito (al 20% fino a 100mila euro dal 2020). Da
qualche anno c’è la cedolare sugli affitti: una tassa piatta (21%) indipendente
dal reddito e dal patrimonio che ha favorito soprattutto i ceti medio-alti, tra
i quali si concentra la pluri-proprietà immobiliare.
Interessanti gli studi e le
previsioni di  Baldini e Rizzo, autori del volumetto
Flat Tax. Parti uguali tra diseguali? Hanno calcolato che la Flat tax (in varie versioni) per garantire lo stesso gettito dell’attuale Irpef, una Flat tax
su base familiare e con una fascia di esenzione di 10 mila euro dovrebbe avere
un’aliquota del 35% (ben più alta del 15-20% del programma di governo):
comporterebbe una riduzione del prelievo per le fasce di reddito più basse e
per il 5% dei più ricchi, ma un aggravio fiscale per la classe media. Per
assicurare sgravi anche ai ceti medi l’aliquota unica dovrebbe essere posta
addirittura al 43%. Ipotizzando invece di far scendere l’asticella al 25% ci
sarebbero vantaggi per tutte le classi di reddito, anche se molto più
pronunciate per le più benestanti. In entrambi i casi diminuirebbe la progressività
e aumenterebbe la diseguaglianza tra i redditi netti. Ma con l’aliquota al 25%
ci sarebbe anche una forte diminuzione del gettito, calcolata in circa 50
miliardi di euro l’anno. Un buco che richiederebbe una forte riduzione dei
servizi pubblici. L’ipotesi più recente è quella di una Flat tax familiare al
15% fino a 50 mila euro, che avrebbe un costo più contenuto (comunque
importante, sui 15 miliardi). Ma non sarebbe affatto piatta, perché superata
quella soglia di reddito resterebbero le attuali aliquote Irpef. Con un netto
salto – avvertono Baldini e Rizzo – di imposizione tra chi sta sotto e chi sta
sopra: un incentivo all’evasione al crescere del reddito. Dal punto di vista
dell’equità, poi, avvantaggerebbe molto più chi sta a 50mila che a 1520 mila, e
le famiglie monoreddito più di quelle con due stipendi.
Quali alternative? Uno sgravio
Irpef potrebbe essere finanziato anche attraverso altre forme di imposizione,
se occorre salvaguardare il gettito. È il caso dell’Iva, destinata a salire
automaticamente da gennaio se il governo non disattiverà le clausole
salva-deficit. Tuttavia, l’effetto sulle famiglie è tutt’altro che progressivo.
Ci sarebbe l’imposta patrimoniale, che in Italia è quasi pericoloso nominare. Una
patrimoniale di fatto esiste già, l’IMU, relativa agli immobili (che valgono
ben il 50% delle ricchezza delle famiglie) e non è progressiva. L’imposta infatti
non si paga sulla prima casa (piccola o grande che sia). Ma dalla seconda
proprietà in su prevedono aliquote fisse, tanto per chi ha solo la vecchia
abitazione dei nonni che per il proprietario di un intero quartiere. Infine, l’imposta
di successione. Perché no? L’Italia è una sorta di paradiso fiscale, da questo
punto di vista. Siamo ultimi nell’area Ocse per il livello di tassazione. Da
noi l’aliquota sui passaggi diretti è al 4%, con esenzione fino a un milione di
euro (calcolata per gli immobili sul ‘benevolo’ valore catastale). L’apporto
delle tasse di successione al gettito fiscale è sceso negli ultimi decenni e
oggi è quasi irrilevante: vale circa mezzo miliardo. Buon lavoro al ministro
dell’Economia!

Antonio Salvati
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