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Un popolo solo al comando. Terribilmente solo …

Guardando ai fatti di casa nostra si è parlato spesso – talvolta a sproposito – di “uomini soli al comando”.
C’è chi ha avversato certi progetti politici, c’è chi li ha sostenuti. C’è, in ogni caso, chi ha non ha sopportato le velleità dei tanti “io” che popolano il mondo politico.

La nostra Costituzione, del resto, è appositamente costruita in modo da innalzare degli argini di fronte a chi volesse imporre alla cosa pubblica il proprio decisionismo.

Si dimentica spesso, però, che la medesima Carta mette in campo un analogo contrasto nel caso determinate pulsioni si facessero invece strada nel cuore di gran parte della cittadinanza.

Di qui l’inciso sulla sovranità popolare da esercitare “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Di qui la scelta di non prevedere referendum propositivi. O di limitare l’uso di quelli abrogativi.

I padri costituenti non avevano tutta quella fiducia nel “popolo” di cui traboccano invece certi commenti d’oggigiorno. Avevano visto quel popolo spellarsi le mani per l’“uomo della Provvidenza”, per l’Impero, etc., etc..

I risultati delle recenti consultazioni – referendaria e regionali – fotografano un tempo storico in cui è il popolo, con i suoi umori – anticasta nel caso del referendum, bisognosi di rassicurazione nel caso dell’elezione dei Presidenti di regione -, ad essere saldamente al comando.

“Ci mancherebbe altro”, mi si dirà ….

E però quel popolo al comando è solo. Desolatamente solo. Orfano di quei partiti che comunque avevano costruito la crescita economica del paese e stabilizzato il suo percorso democratico. Senza guide, essendo quei pochi che si erano cimentati in un ruolo di leadership usciti sconfitti dall’urto con la magistratura e le concentrazioni editorial-mediatiche. Senza bussole, ondeggiante fra un social e l’altro mentre cresce l’analfabetismo funzionale, frutto della crisi della scuola. Liquido, in un tempo in cui religione e ragione – avrebbe detto Pasolini – hanno ceduto il campo al “buon senso”, l’ideologia triste dell’“uomo medio”. In una parola, abbandonato a se stesso, proprio mentre il mondo è senza centro e le reti di filtro e di appartenenza si sono dissolte o allentate.

“Nave senza nocchiere in gran tempesta” (Purgatorio, VI), cosa fa questo popolo “solo al comando”? Ondivago, si muove – così mi sembra – sull’onda delle emozioni e degli entusiasmi. Disorientato, sceglie per il contingente e non per una visione. Vota per avere 300 parlamentari in meno in cambio di mezzo caffè l’anno in più. Converge sulla lista “Zaia presidente” attribuendole il 44,6% dei voti, e aggiunge così il “governatore” del Veneto alla lunga lista di politici plebiscitati (Salvini, Di Maio, Renzi, Berlusconi, andando a ritroso nel tempo; per il futuro vedremo) e poi rimossi. Tanto che i commentatori possono tutti a ragione sostenere che quello di domenica e lunedì scorsi è stato un voto populista, ma anche un voto antipopulista.

“E’ la democrazia”, mi si dirà ancora …. Non lo è di meno (democrazia) se è confusa.

Senz’altro. Ci si ricordi però che anche il “noi” ha dei problemi, non solo l’“io”. In specie se è un “noi” spaesato, destrutturato, monadico, “senza pastore”, direbbero i Vangeli.

Ci si ricordi che Pasolini, 45 anni fa profetizzava: “Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia. Diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso .… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero. Non so però chi lo percorrerà, e come” (“Il nudo e la rabbia”, Stampa sera, 9 gennaio 1975).

Il popolo è sovrano. E’ vero. Ma come ogni sovrano può essere nudo. Oppure solo, terribilmente, tragicamente solo.

Francesco De Palma

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