Cure palliative. Un diritto da estendere

Pochi sanno che nel 2010 l’ordinamento
giuridico italiano si è arricchito,
con voto pressoché unanime del Parlamento, della legge
38 datata 15 marzo 2010, riconosciuta come modello in tutto il mondo, che –
come recitano gli articoli 1 e 3 – impegna le istituzioni a garantire alle
persone nelle condizioni di maggiore sofferenza e di terminalità un percorso di
protezione, accompagnamento e sollievo quando il cammino della vita si fa più
duro e angoscioso per la malattia e per il suo probabile esito finale.
L’intento della legge 38 è che «le
strutture sanitarie che erogano cure palliative e terapia del dolore assicurano
un programma di cura individuale per il malato e per la sua famiglia
»,
garantendo la «tutela della dignità e
dell’autonomia del malato, senza alcuna discriminazione»,
oltre a un «adeguato sostegno sanitario e
socio-assistenziale della persona malata e della famiglia
». E’ la legge
contenete disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla
terapia del dolore di cui, nello scorso mese di marzo, il  Parlamento ha reso pubblica la relazione dal
Ministero della Salute sulla sua attuazione. La relazione descrive una
situazione «con forti disomogeneità a
livello regionale e locale»
con un
«lento e progressivo miglioramento della qualità delle cure»
ma anche varie
«criticità», come la constatazione
che «prevalga ancora in Italia la
mortalità in ospedale a testimonianza dell’insufficiente sviluppo delle
alternative offerte dalle reti locali di cure palliative
» specie se «domiciliari». Occorre – scrive il
Ministero – «fornire risposte nuove e
adeguate
» a una situazione che si fa sempre più complessa e onerosa, con
punte di vera drammaticità. Tanti sanno – soprattutto coloro che si sono presi
cura di parenti malati oncologici – che laddove dove sono accessibili le cure
palliative e la terapia del dolore di qualità si sviluppa l’antidoto umano allo
sfinimento e alla disperazione.

Il prossimo
23 maggio sarà presentato a Berlino da mons. Vincenzo Paglia, il “Pal-life, il
libro bianco per la promozione delle cure palliative”, testo curato dalla
Pontificia accademia per la vita e preparato da un gruppo internazionale di
esperti in cure palliative. «La
conoscenza delle possibilità delle cure palliative non è ancora stata
implementata e diffusa a sufficienza. Il Vaticano formula importanti
raccomandazioni su come ogni gruppo sociale possa contribuire
», spiega una
nota della Conferenza episcopale tedesca (Dbk). Le cure palliative possono
aiutare le persone terminali a evitare la paura della morte dolorosa. Alla base
delle cure terminali, infatti, è l’accompagnamento che è insieme medico,
infermieristico e spirituale. La Chiesa, – ha spiegato più volte mons. Paglia –
l’intera comunità dei credenti, è chiamata a stare accanto vicino all’uomo che
soffre e che sta morendo con tutto l’amore e con tutte le professionalità
disponibili e, più ancora, con tutta l’umanità che può esprimere, perché possa
affrontare questo momento della vita confortato dall’affetto e dalla cura. La
risposta autentica quindi è quella che nasce dall’amore. Impressiona il
consenso diffuso di chi opera – medici, ma anche economisti, cappellani,
sociologi, filosofi, infermieri, volontari – in questa prospettiva. Davvero la
Chiesa mostra di essere esperta in umanità. E, in questo modo, testimonia
l’amore di Dio per i più deboli. Le cure palliative – sostiene mons. Paglia «vogliono accompagnare la persona malata sino
alla sua fine naturale, contrastando le due grandi paure che spesso sono più forti
della morte, la paura della solitudine e quella dolore. In questa prospettiva
le cure palliative richiamano il compito della medicina che è quello di
prendersi cura del ma-lato, anche quando non può più guarire
».

Se ne è
parlato anche nel corso del Convegno dal titolo emblematico Feriti dal dolore, toccati dalla grazia. La
pastorale della salute che genera il bene
, svoltosi a Caserta dal 13 al 16
maggio scorsi, promosso dall’Ufficio nazionale della CEI per la pastorale della
salute. In Italia sono 22 gli hospice
di ispirazione cattolica, di cui soltanto 4 nel meridione. Si è sottolineato
che se entrassimo in un reparto di medicina generale constateremmo che i due
terzi degenti avrebbe bisogno delle cure palliative. Non perché tutti sono
morenti, ma perché si trovano in una condizione tale che insieme alle terapie,
necessiterebbero di una valutazione palliativa e di una dimissione protetta al
fine di continuare la cura a casa, con un non trascurabile risparmio sui costi
di gestione della sanità.
In una società
sempre più iperindividualista, i cui effetti si riflettono anche in ambito
sanitario, la Chiesa – ci ricorda mons. Paglia – è chiamata a promuovere una
cultura dell’accompagnamento, che si radica sulla radicale fraternità umana. Di
fronte alla sola globalizzazione del mercato bisogna promuovere una
globalizzazione della fraternità.
Antonio
Salvati

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