Le radici psicologiche della disuguaglianza

Le
disuguaglianze, soprattutto quelle socioeconomiche, sono tanto evocate quanto
poco conosciute, almeno per quanto riguarda i processi o le cause che le
generano. Nei paesi Ocse sono oggi più accentuate, più di quanto non fossero
trent’anni fa. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, il divario tra ricchi e
poveri è aumentato sensibilmente non solo nei paesi tradizionalmente più
disuguali come gli Stati Uniti e il Regno Unito, ma anche nei paesi tradizionalmente
e storicamente più attenti all’equità, come quelli scandinavi. Dal 2008 in poi,
la crisi economica, più profonda ed estesa di quanto previsto, ha incrementato queste
tendenze, favorendo un incremento nelle diseguaglianze economico-sociali a
livello globale. Tanti si chiedono come si alimentano le disuguaglianze, spesso
senza trovare risposte esaurienti ed adeguate. Oppure quali processi
psicologici e non impediscono a chi è in condizione svantaggiata di ribellarsi?
E chi domina, come giustifica a se stesso e agli altri il proprio privilegio?


Un
volume di Chiara Volpato, Le radici
psicologiche della disuguaglianza
, viene decisamente in nostro aiuto con un
approccio e modalità originali e accattivanti per meglio comprendere una delle
questioni centrali del nostro tempo. Le disuguaglianze – ci spiega l’autrice – sono
tra le cause principali dell’infelicità collettiva: seminano sfiducia,
indeboliscono la coesione sociale e mettono a rischio la democrazia. Perché
assistiamo impotenti al dilagare delle disuguaglianze, perché i tentativi di
contrastarle sono pochi e fondamentalmente deboli? Il libro di Chiara Volpato
non è solo un’accurata e complessa rassegna di studi, delineata con uno stile
narrativo piacevole e riflessivo, tanto da rendere il volume accessibile a
tutti. L’autrice vuole trasmette speranza, seppur il quadro delineato è
sconfortante. Innanzi tutto  sottolinea
il ruolo rilevante della politica e dell’istruzione. Del resto, come ha
osservato Piketty «la storia della
distribuzione delle ricchezze è sempre una storia profondamente politica
». Quindi
– anticipando, in tal modo, alcune considerazioni conclusive – possiamo
sostenere che se nelle scelte politiche si trova la ragione della
disuguaglianza, in esse si può anche trovare il cambiamento. Realizzare pari
opportunità di accesso all’istruzione e alla formazione è compito della
politica e della società civile che, con le sue scelte, può influenzare questo
processo.
La
ricchezza posseduta dall’1% della popolazione mondiale ha superato dal 2015 quella
del restante 99%. Pochi miliardari detengono un patrimonio maggiore di quello
della metà più povera della popolazione mondiale: nel 2018, 42 persone, quasi
tutti uomini, posseggono lo stesso ammontare di ricchezza dei 3 miliardi e 700
milioni di individui più poveri; l’anno precedente erano 61, dati che
sottolineano l’enorme e progressiva tendenza alla concentrazione e al monopolio
di patrimoni e risorse secondo uno studio del 2018 dell’Oxfam (confederazione
internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione
della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo). In
un celebre articolo comparso nel 2011 su Vanity Fair, dal titolo Of the 1%, by the 1%, for the 1%, Joseph
Stiglitz ha descritto la polarizzazione della società americana tra l’1% e il
restante 99%.
Eppure,
la disuguaglianza ci appare un fenomeno naturale, radicato nell’essenza stessa
dell’umana società. In realtà – spiega Volpato – «per millenni, dall’inizio della storia della nostra specie, uomini e
donne hanno vissuto in comunità fortemente egualitarie, basate sulla
condivisione di risorse limitate e fluttuanti, in cui non esistevano stabili
gerarchie di potere, comunità che, come ci insegnano gli studi sulle società di
raccoglitori e cacciatori ancora esistenti sulla terra, promuovevano
attivamente l’uguaglianza attraverso la condivisione del cibo, l’istituto del
dono e attività di compartecipazione vigilante, volte a controllare che tutti
ricevessero la loro parte e nessuno assumesse un ruolo di dominio sugli altri.
Per millenni, l’uguaglianza è stata costruita e difesa dalle società umane,
attraverso la messa in atto di concrete strategie di contro-dominio che
andavano dalla critica, all’esposizione al ridicolo, alla pubblica espressione
di disapprovazione fino a pratiche di ostracismo, esclusione, messa a morte di
chi cercava la supremazia
».
Francamente
colpisce la parte del volume in cui vengono analizzate come le disuguaglianze
vengono costruite, occultate, accettate. Attraverso una seria di meccanismi di
assoluzione o di colpevolizzazione rispettivamente dei dominanti e dei
dominati. Diversi processi cognitivi e motivazionali consentono ai privilegiati,
che della disuguaglianza beneficiano, di maturare la convinzione di avere la “stoffa
giusta” e di meritare i propri vantaggi. E chi questi processi li subisce accetta
la disuguaglianza, interiorizzandola. Soprattutto l’ideologia meritocratica e
il neoliberismo rafforzano le disparità. In parole povere, se si accetta che
chi ha talento e si impegna è giusto ottenga più degli altri, non curandosi del
fatto che ricchi e poveri hanno un capitale culturale di partenza molto
diseguale, di fatto si legittimano e si giustificano le disuguaglianze. Questa
ideologia si rispecchia anche nel contenuto degli stereotipi delle élite
economiche, così come in quello delle classi più svantaggiate. Sebbene
comunemente non amati, ai ricchi vengono infatti attribuite capacità,
competenze e intelligenza che li collocano “legittimamente” in cima alla scala
sociale. Ne deriva un senso di entitlement,
dove la disuguaglianza trova una spiegazione. Il privilegio è meritato e va
difeso. Competenze, ovviamente, negate ai poveri. Una serie di studi attestano che
gli stessi miti legittimanti e gli stessi stereotipi sono condivisi anche da
chi paga il prezzo più alto della disuguaglianza, le classi svantaggiate, che
arrivano persino ad interiorizzare la loro inferiorità. In tal senso, non è
vero che le ideologie sono scomparse, viviamo una situazione in cui
un’ideologia potente si è fatta egemone proprio proclamando la fine delle ideologie.
Spiega la Volpato «che la storia insegna che
gli esseri umani hanno un intrinseco bisogno di narrazioni e di valori in cui
credere e ritrovarsi; uno dei motivi del disastro che ci circonda può essere
individuato proprio nella mancanza di un’ideologia della solidarietà, che
ricrei i legami tra coloro che si trovano in situazioni di svantaggio ed eviti
la disastrosa guerra tra i poveri. Abbiamo bisogno di pensieri e azioni che
valorizzino i legami sociali, i beni collettivi, la capacità di condivisione,
valori su cui l’Europa ha costruito la sua storia migliore e che devono essere
oggi ritrovati, pena la crescita della conflittualità sociale e la condanna
all’irrilevanza politica».
Assistiamo sconcertati alle vicissitudini del
mondo politico – soprattutto quello italiano – le cui decisioni sono spesso non
solo affrettate ma anche improvvisate. In questo modo è facile commettere
errori facilmente evitabili. Restano – direbbe Andrea Riccardi – solo
l’approssimazione o la superficialità: lentezza e riserbo sono ormai denigrate
e accuratamente evitate, per star sempre sulla breccia mediatica. S’ingenera un
ciclo continuo politico-mediatico che deve nutrire l’informazione a scapito
dell’analisi. La regola diviene: produrre notizie ogni giorno. Non si possono
solo accusare i media o i giornalisti. Chi lavora nei media è sottoposto alla
medesima tirannia quotidiana, ”dov’è la notizia?”, anche a scapito della
qualità. Si assiste così ad una stravaganza: pur avendo perso prestigio, la
politica è divenuta pervasiva ed i politici sono perennemente presenti sui
media. Questa situazione è caratterizzata dal divorzio tra cultura e politica:
si può fare politica senza sapere ma “intuendo”, percependo, reagendo di
pancia.
Ha
osservato recentemente in maniera disincantata il filosofo Natoli: «Sono in tanti – scrive – a sostenere che il tempo della politica è,
ormai, finito; e certamente lo è, se la politica la si pensa ancora in termini
novecenteschi. Il Novecento, in particolare la prima metà, non è stato solo un
tempo politico ma un tempo dell’iperpolitica
». Tuttavia, indica ancora una
possibilità: «Se non c’è più alcuna
“fine” da attendere, è necessario attendere alle cose del mondo, prendersele in
carico
». Realizzare la giustizia e la pace, provvedere al benessere sono
compiti assegnati alla politica. Se essa ha perduto il senso dell’éschaton (“le cose future”), mantiene un
telos, vale a dire un fine. Un
terreno di azione comune per credenti e non credenti che vogliono ancora
impegnarsi nell’azione politica. «È in
forza della comune umanità, della pietas che lega tra loro uomini e popoli, che
la specie mortale può salvarsi. Ora, cosa più della politica deve provvedere a
ciò che è comune? Liberaci dal male è un’invocazione che si rivolge a Dio e per
chi crede lo è ancora. Ma cos’altro è la realizzazione del regno, se non
questo?
».

Antonio
Salvati

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