L’odio online. Una sfida educativa.

Il nostro è un tempo in cui il peso specifico dei social media cresce, soprattutto per la capacità di raggiungere un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo a costi decisamente più ridotti rispetto al passato e il giornalismo tradizionale manifesta la sua crisi da diversi anni. Molti di noi sono ricchi di informazioni, ma decisamente poveri di conoscenze: abbiamo un maggiore accesso a dati e alle notizie, ma una scarsa comprensione della natura (confusa) della realtà, della politica. Dunque, l’eccesso informativo e la superficialità nella reale conoscenza dei fatti è una delle questioni principali alla base della disinformazione. Tanto occorrerebbe fare. Intanto, gli studiosi dovrebbero meglio svolgere il compito di sintetizzare il coacervo di informazioni che raccolgono in modo da farne un’analisi coerente e i giornalisti hanno a loro volta quello di rivederle per distillarne qualcosa di utilizzabile dal pubblico. La presentazione delle informazioni in maniera equilibrata è il segno distintivo di un buon giornalismo.


Insieme alla disinformazione sempre più assistiamo nell’ambiente digitale a frequenti manifestazioni di pensiero prevenuto, spesso collegate a performances violente, banalizzate e socialmente condivise. La crescente diffusione di azioni e linguaggi violenti nel Web non è certamente un fenomeno nuovo, ma l’ambiente digitale fa acquisire caratteristiche specifiche e particolari. Il guaio è che online diventa molto più labile la separazione – ad esempio – tra razzismi espliciti e latenti, teorizzata negli ultimi decenni. Si diffondono e si normalizzano contenuti dichiaratamente ostili o violenti. Il processo di accettazione sociale, che spesso passa dalla critica al “politicamente corretto”, dall’ironia e dalla pretesa di “non essere preso sul serio”, si nutre della deresponsabilizzazione degli utenti e della banalizzazione delle pedagogie d’odio. I razzismi si presentano, insomma, come semplificazioni interpretative di un mondo complesso.
Per meglio comprendere questo fenomeno viene in nostro aiuto l’interessante volume di Stefano Pasta, Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online (Morcelliana, 2018) che, in particolar modo, descrive l’evoluzione dei razzismi e della loro categorizzazione; continua analizzando le caratteristiche dell’ambiente digitale che facilitano la propagazione dei razzismi e dell’odio; infine, una terza parte è dedicata alle proposte per suscitare anticorpi e attivismo digitale che non sono l’opposto dell’hate speech, ma si muovono verso l’assunzione di responsabilità personale. Ha giustamente osservato Pier Cesare Rivoltella che Il libro non si limita a muoversi sul piano dell’analisi del fenomeno, ma si sposta anche sul versante dell’intervento educativo. Non basta più educare lo spettatore, occorre anche educare il produttore che ogni spettatore è diventato grazie allo smartphone che si porta in tasca. Insieme al pensiero critico occorre sviluppare anche la responsabilità. Per questo il libro di Stefano Pasta è prezioso: fa capire molto bene e rappresenta uno dei primi risultati di una nuova fase per gli studi sulla cittadinanza e sulla Media Education. Le considerazioni sviluppate da Pasta sono – spiega Milena Santerini – sono indispensabili strumenti che anzi tutto scelgono un approccio critico, anche se fiducioso, verso la comunicazione online; realizzano poi una lettura analitica e originale dei “razzismi” al plurale, affrontando il tema del classico “io non sono razzista però”, cioè la differenza tra pregiudizio e odio strutturati e quelli occasionali, ben più diffusi e a torto considerati inoffensivi; spiegano il rischio del ritorno di una “razza” accettabile socialmente; descrivono l’etnicizzazione e la semplificazione delle società attuali; analizzano le pedagogie popolari implicite della paura e del disprezzo.
Pertanto, la banalizzazione delle pedagogie d’odio e la deresponsabilizzazione dello stare in Rete non rappresentano soltanto un’emergenza da non sottovalutare, ma pongono una sfida educativa. La media education – avverte Stefano Pasta – è chiamata a produrre riflessione sulla presunta libertà della Rete e la libertà «di dire quello che si vuole», potenziale premessa a un discorso d’odio e di discriminazione. Va invece affermato il concetto di libertà positiva proposto da Martin Buber, una “libertà di” essere persone inserite in un contesto, persone in grado di esprimere una propria idea, aperte all’incontro con l’altro, in relazione con le opportunità che offre la società circostante, compresa quella aumentata del Web. Per il filosofo ebreo tedesco: «si tende a considerare questa libertà, che si può chiamare evolutiva, come opposto della costrizione, dell’essere-obbligati-a. Ma l’opposto della costrizione non è la libertà, bensì lo sperimentare un legame. La costrizione è una realtà negativa, sperimentare un legame è una realtà positiva. La libertà è una possibilità, la possibilità riconquistata. Essere costretti dal destino, dalla natura, dagli uomini: il suo opposto non è essere liberi dal destino, dalla natura e dagli uomini, bensì essere legati e alleati al destino, alla natura, agli uomini».

Antonio Salvati
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