Le religioni e la “santa” ignoranza

Il
sociologo delle religioni Olivier Roy si legge volentieri. Esperto di islam,
come pochi riesce a interpretare quanto accade nel mondo delle religioni
tradizionali e l’impatto politico e sociale dei nuovi movimenti religiosi.


Per Roy
oggi rileviamo un ritorno del sacro che si manifesta in molte forme. Tuttavia,
non si tratta di un revival delle religioni tradizionali, ma dell’esplosione di
movimenti con una storia piuttosto recente: evangelici, ebrei ultraortodossi,
salafiti, pentecostali. Un suo interessante libro “La santa
ignoranza
” raccoglie e analizza una serie di domande, efficacemente
sintetizzate nella quarta di copertina: p
erché decine di
migliaia di musulmani si convertono al cristianesimo o diventano testimoni di
Geova? Come si spiega che la religione che cresce più velocemente nel mondo sia
il pentecostismo? Perché il salafismo, una dottrina musulmana particolarmente
severa, attira i giovani europei? Perché tanti giovani si stringono intorno al
papa nelle Giornate mondiali della gioventù e così pochi entrano in seminario?
Come è possibile che i difensori della tradizione anglicana conservatrice siano
oggi nigeriani, ugandesi e kenioti, mentre il primate della Chiesa
d’Inghilterra approva l’uso della sharia? Perché la Corea del Sud, in
proporzione ai suoi abitanti, fornisce il più alto numero di missionari
protestanti del mondo? Come è potuto succedere che il primo musulmano e il
primo buddhista eletti al Congresso americano siano neri convertiti? Roy
precisa subito che la teoria dello scontro di civiltà non permette di
comprendere questi fenomeni. Infatti, lungi dall’essere l’espressione di
identità culturali tradizionali, “il
revivalismo religioso è una conseguenza della globalizzazione e della crisi
delle culture
”. La “santa ignoranza” è il mito di una purezza
religiosa che si costruisce al di fuori delle culture. Questo mito anima i
fondamentalismi moderni, in concorrenza tra loro su un mercato delle religioni
che acuisce le loro divergenze e contemporaneamente standardizza le loro
pratiche. Le religioni che trionfano oggi – sottolinea Roy – non sono dei
“ritorni” alle origini delle religioni tradizionali, ma qualcosa di
diverso: “nel cristianesimo, anche tra i
cattolici, si tratta di movimenti carismatici, e per altro verso gli stessi
integralisti cattolici reclamano un ritorno al Concilio di Trento, non alle
origini; nel protestantesimo, l’evangelismo e il pentecostalismo sono dei
prodotti di risvegli religiosi del XVIII e XIX secolo; nell’ebraismo il
movimento chassidico e gli haredim sono prodotti di un radicalismo religioso
che risale anch’esso al XVIII secolo; nell’islam, infine, il salafismo nasce
dal wahabismo, vale a dire da un movimento della fine del XVIII secolo. Quindi,
non sono dei ritorni alle origini delle religioni tradizionali, ma delle nuove
forme di religione”.


La tesi di
fondo del volume è che più una religione è fondamentalista, più vuole sostenere
rigidi principi religiosi, più teme la cultura. Nelle religioni fondamentaliste
c’è un’ostilità verso la cultura. Decisivo capire chi sono i convertiti oggi e qual è il loro profilo culturale. Come in
passato, le conversioni sono sia di gruppo che individuali. Riguardano
tutti gli ambienti, “ma sopratutto tra
persone che sono “destrutturate”, alla ricerca di un’identità
. Sono persone che non hanno trovato
soddisfazione nella propria cultura e nella religione d’origine, cercano una
religione “pura” e sono attirati dalle forme più fondamentaliste”.


Infine,
altri due questioni trattate nel volume sono degne di interesse: la “de-territorializzazione” e la “de-culturazione”
che svolgono un ruolo chiave nell’attuale mutazione del religioso. Dopo ampie
analisi Roy arriva alla conclusione che le religioni non sono più
radicate, ancorate a un territorio. In due sensi: “sia nel senso della civiltà, vale a dire che le conversioni all’islam
avvengono al di fuori del Medio Oriente, quelle al cristianesimo fuori
dall’Occidente, etc…; sia nel senso che le idee circolano indipendentemente
da un raggio territoriale. Avviene con internet, che per esempio è un fattore
di de-territorializzazione. Ci si può convertire all’evangelismo protestante
restando in Marocco, a casa propria, guardando la televisione o navigando su
internet
”.


Antonio
Salvati
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