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Legge 180. Una grande vittoria culturale e umana

Una ricerca di qualche
anno fa dimostrava che meno dell’1% del pubblico intervistato conosceva che
cosa fosse realmente il disturbo
 
mentale, quali sono le opzioni di trattamento e quant’altro. Un motivo
in più per “rievocare” i 40 anni della legge 180. Per quelli della mia
generazione, la legge 180 ebbe una portata storica. Effettivamente la legge 180
del 13 maggio 1978, meglio nota col nome del suo padre, lo psichiatra Franco Basaglia, fu una grande vittoria culturale e di coesione sociale. Anche del
mondo cattolico, come ha giustamente ricordato don Virgino Colmegna, oggi
presidente della Casa della Carità voluta a Milano dal cardinale Martini, che ha
vissuto 11 anni a Sesto San Giovanni in comunità terapeutica con i malati
appena dimessi dagli ex manicomi chiusi dalla legge. E’ sufficientemente noto e
documentato quanto accadeva nel periodo manicomiale. I malati mentali venivano
accolti in vere e proprie strutture nelle quali subivano ogni genere di
violenza, denunciate negli anni ’70: mancanza di diritti, elettroshock forzato,
tutela e confisca dei beni. La malattia mentale non era compresa nè evidentemente
voleva essere compresa. Pertanto, si nascondeva il malato mentale tenendolo
recluso in una struttura, nascondendolo agli occhi di tutti. Come avveniva nell’ex
manicomio provinciale Santa Maria della Pietà di Roma.


Per i più giovani è
necessario ricordare i principi della legge: contrapposizione totale alla legge
del 1904 che istituì i manicomi; abolizione del concetto di pericolosità del
malato di mente; dovere di cura da parte del medico invece che di difesa da
parte della società; nuova risposta del servizio al paziente, che viene
ricoverato non per la sua pericolosità, ma solo se si sottrae alle cure; eccezionalità dell’intervento
di trattamento sanitario obbligatorio; al centro della nuova concezione non c’è
più la persona in quanto malata, bensì i suoi bisogni e diritticon
l’attribuzione di tutti i diritti al paziente mentale; creazione di
nuove competenze professionali che mettano in grado gli operatori di lavorare
sia nella struttura ospedaliera, che in ambulatorio, che al domicilio e nelle
strutture di accoglienza intermedia fra l’ospedale e la famiglia; introduzione
di concetti quali il decentramento, la territorialità, la continuità
terapeutica tra ospedale psichiatrico e territorio, il lavoro in équipe.
Come ha documentato nei
giorni scorsi il quotidiano Avvenire, l’ultimo rapporto sulla salute mentale rileva di 807.035 persone assistite nel 2016 dai servizi specialistici sul territorio.
Numeri in lieve aumento rispetto all’anno precedente che raggiungeva un totale
di poco più di 770mila persone. Sono invece 349.176 quelle entrate in contatto
per la prima volta durante l’anno con i Dipartimenti di Salute Mentale: si
tratta soprattutto di donne (il 54% dei casi), mentre la composizione per età
riflette l’invecchiamento della popolazione generale, con un’ampia percentuale
di pazienti al di sopra dei 45 anni (66,9%). Quanto alle patologie, i tassi
relativi ai disturbi schizofrenici, di personalità, di abuso di sostanze e di
ritardo mentale sono maggiori nel sesso maschile rispetto a quello femminile,
mentre l’opposto avviene per i disturbi affettivi, nevrotici e depressivi. In
particolare, per la depressione il tasso degli utenti di sesso femminile è
quasi doppio rispetto a quello maschile (28 per 10mila abitanti nei maschi
contro il 47 nelle femmine).
Certamente oggi il
volto della malattia psichiatrica è cambiato. Fra le principali criticità denunciate
dagli operatori del settore, dai familiari dei pazienti e dai volontari vi è
quella del superamento degli ospedali psichiatrici, permane un sistema di
assistenza per il quale i finanziamenti sono ancora insufficienti. In
alternativa agli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari) inoltre sono ora attive
le Rems (Residenze per le Misure di Sicurezza), strutture sanitarie
residenziali con non più di 20 posti letto. All’aprile 2017, si contano 30 Rems
con 596 ricoverati.


Malgrado i notevoli
progressi fatti in favore della cultura della deistituzionalizzazione, ancora
molto resta da fare. Del resto il tema deistituzionalizzazione non riguarda
solo la psichiatria, coinvolge anche il modo in cui si affronta il tema
complessivo della povertà e dell’emarginazione. Spesso vengono denunciati l’impoverimento
dei servizi territoriali, i cui processi riabilitativi sono carenti. L’ospedalizzazione
come momento di cura estrema fa intravvedere come la sofferenza sia scaricata
ancora sugli stessi pazienti e sulle loro famiglie.
I miei amici della
Comunità di Sant’Egidio che aiutano tante persone con difficoltà psichiche mi
hanno spiegato e insegnato come il loro cammino a fianco dei malati psichici abbia
donato loro una forte fede e una carica spirituale. Si, i poveri evangelizzano.
La vicinanza ai sofferenti nella mente può aiutare a cogliere una ricchezza
umana, restituendo anche alla famiglia dei malati la giusta importanza. Il figlio
o la figlia sofferente diventa un problema di tutti e questo è possibile se non
si allentano i legami solidali. Infine, per un credente, poi, la legge è
importante per il concetto di liberazione della persona sofferente. 
Non a caso, nei giorni
scorsi Eugenio Borgna ha sostenuto che solo “
mettendo fra parentesi la malattia, alla psichiatria è possibile
entrare in relazione, in una immediata relazione di cura, con chi sta male, con
chi si misura con l’angoscia e la tristezza, le inquietudini dell’anima, i
deliri e le allucinazioni, e che solo così si sente aiutato, e compreso nel suo
dolore
”. Sono considerazioni che mettono in rilievo quanta importanza
Franco Basaglia abbia dato “
alle
emozioni, alla sensibilità, alle capacità di attenzione e di ascolto, di
immedesimazione e di introspezione, di speranza, nel fondare una psichiatria
clinica che sconfinasse continuamente nella psichiatria sociale. La psichiatria
o è psichiatria sociale o non è psichiatria, e Basaglia lo ha dimostrato”.

In questi giorni, i giornali
ci segnalano la presenza in Italia di Grégoire Ahongbonon, originario del
Benin, la cui straordinaria storia è raccolta nel libro di Rodolfo Casadei,
Grégoire. Quando la fede spezza le catene
(Emi). Ahongbonon racconta la vicenda che ha trasformato la sua vita, quella di Kouakou, da tempo incatenato a terra. Si
trovava in un villaggio a 40 chilometri da Bouaké, in Costa d’Avorio. Chissà da
quanto tempo aveva braccia e gambe bloccate da un fil di ferro. Carne e ferro
erano una massa indistinguibile. Quando Grégoire lo vide lo liberò, tagliando i
fili di ferro. Essendo la setticemia ad uno stadio avanzato, il ragazzo morì
poco dopo, riuscendo a ringraziare il suo liberatore. E a chiedersi: «
Non capisco perché i miei genitori mi hanno
fatto questo, io non sono cattivo
». Lo hanno fatto perché era considerato «pazzo». 
Accadde nel 1994 e da allora Grégoire Ahongbonon gira l’Africa,
villaggio per villaggio, per curare i malati mentali, ancora «curati» con
violenze o tenuti in catene. Li libera. Per questo Grégoire è considerato il
«Basaglia d’Africa» (nel 1998 ha anche ricevuto il Premio internazionale
intitolato al neurologo italiano), o l’«Angelo dei matti». Un bella storia di
speranza dall’Africa.


Antonio Salvati

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