“Drumul” (“La strada”)

Lo spettacolo, “Drumul” (“La strada”),
interpretato da Marius Bizău,
è una storia di riscatto e di autoformazione dagli anni 1980 in Romania a fine
anni 90 in Italia, dal bambino Silviù al giovanotto Marius, da uno sfortunato e
triste ragazzino ad un adulto bello e preparato con ottima dizione e sguardo
sicuro, scolpito e passato attraverso varie peripezie: dalla dittatura di
Ceausescu al liberismo di Silvio Berlusconi (da cui la necessità, una volta
venuto a Roma, del cambio di nome da Silviù a Marius, già suo secondo nome,
suggerito come principale dal compagno di studi, onde evitare di incorrere in
sovrapposizioni col premier italiano).

“La strada” ci fornisce così,
peraltro, un utile ripasso degli ultimi 30 anni, che hanno visto la cruciale
epoca di passaggio, in Romania, da un regime ed una economia statalista ad una
liberale: “in  mezzo, il bambino Silviù
che baratta l’olio con la panna” .


Non mancano sentimenti forti: il
rimpianto e la nostalgia per profumi, paesaggi e città indimenticabili come
Roman, il risentimento per le discriminazioni, più o meno velate, patite da
straniero in Italia, oppure il vulnus di chi è strappato dalle proprie radici
ma che non si scoraggia o soccombe, grazie anche ad una pazzesca
coprotagonista, la madre, assente fisicamente ma presente in ogni angolo del
testo e del cuore della vicenda.
Infatti la madre di Marius, con la
sua femminile e magica intraprendenza, gli insegna a risorgere e inventarsi
soluzioni in ogni circostanza. Come quando scrive una lettera per perorare la
causa familiare e coraggiosamente la consegna direttamente nelle mani di Elena
Ceausescu, ottenendo il risultato sperato.
Si avverte, in questo monologo di
circa un’ora e mezza, scorrevole e sincero, la rabbia per ogni schiaffo preso
dalla vita, per una partenza esistenziale in salita: il regime, lo stato di
continua e paranoica allerta vissuta per il fatto che gran parte dei
concittadini rumeni erano legati alla Securitate, sommato alle problematiche
private (il padre dedito al bere e manesco con la moglie). Tale asprezza
accentua la gravità del dire, in un teatro dove la scena è scarna e scura, ma
la perfetta e simbiotica armonia fra la recitazione di Bizău e
l’accompagnamento musicale del polistrumentista Daniele Ercoli, che passa dal
KAVAL (flauto diffuso in varie forme in tutto l’ex Impero ottomano) al BAGLAMA’
(strumento tipico del Rebetiko), dalla TROMBA al CONTRABBASSO, alleggerisce il
pathos e al contempo estende la gamma emotiva del racconto grazie alle infinite
variazioni che la voce dei diversi suddetti strumenti suggerisce, spingendoci
verso sonorità di terre ed epoche remote, o pizzicandoci con allegri improvvisi
risvolti.

La vita di Silviù Marius non è stata
facile, ma affanno e rabbia si stemperano, man mano che il racconto procede,
diretto verso un destino dagli esiti migliori e gratificanti per il piccolo
Silviù che, grazie agli anni di studio, alla sua perseveranza, e grazie ad
incontri positivi (come quello con un illuminato professore liceale che lo
indirizza verso il teatro) arriva a tracciarsi da solo, più che  trovare, la sua drumul, la sua strada. Studi
e teatro possono considerarsi i suoi secondi genitori, la redenzione dagli anni
oscuri, la maniera per autoaffermarsi e non soccombere al fato.
E nel finale, molto bello, egli ci
saluta dandoci un messaggio davvero importante: il suo sentirsi, finalmente, e
serenamente, a metà fra Italiano e Rumeno, anzi, di una terza nazionalità che non
si può spiegare né circoscrivere, ma che gli fa capire e godere della cultura
adottiva come di quella originaria, e che gli regala emozioni uniche, di cui egli
è attualmente consapevole e fiero.
Riappacificato con le sue precedenti
esperienze, quasi vite stratificate e lontane nel tempo, egli è quasi una
creatura nuova, figlia del coraggio della madre, alla quale, giustamente,
questo spettacolo è dedicato come un intenso inno d’amore e gratitudine.

Ed anche noi ringraziamo Marius e
sua madre, Ionesco, Morlupo, la Scuola Silvio D’Amico..e tutti i libri, i
luoghi, i maestri e gli ideali che hanno nutrito e nutriranno, ancora, i sogni
e il cammino di una madre e di un figlio speciali, sperando che alla bellezza e
al coraggio della loro storia ne susseguano altre, di formazione e di
integrazione, in una Italia che di queste luminose parole, fra disciplina e
passione, e di queste vicende, modello cui esemplarsi, ha davvero bisogno, oggi
più che mai.

Silvia Chessa

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