L’inverno demografico in Italia (e non solo)

Periodicamente i demografi lanciano i loro allarmi sull’inverno
demografico, espressione che gradualmente sta divenendo patrimonio comune. Allarmi
spesso inascoltati, visto l’assordante silenzio (mai come questa volta questo
ossimoro appare adeguato) attorno a quello che molti – compreso il Papa – non
esitano a definire il suicidio demografico.
Diversi rapporti pubblicati nel corso dell’anno riportano dati assai
preoccupanti, a partire dalle nascite: nel 2017 abbiamo avuto 464.000 neonati,
-2% rispetto all’anno precedente. L’Italia invece ha registrato una perdita di
oltre 100mila abitanti. Il saldo naturale negativo (-191mila), infatti, non è
stato compensato dal saldo migratorio (tra arrivi e partenze), che si è
attestato su livelli piuttosto modesti (+85mila). Si stima che la popolazione
continuerà a diminuire da qui al 2050 (saremo il 17% in meno). I cittadini con
oltre 65 anni diventerebbero circa il 34%: il 12% in più di oggi. Secondo il Rapporto
2018 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, i più giovani
diventeranno sempre meno: oltre un italiano su tre sarà in età da pensione (il
12% in più di oggi). E, soprattutto, i migranti non riempiranno più le culle. Se
consideriamo l’attuale rallentamento dei flussi, infatti, l’immigrazione non
riuscirà più a compensare il calo demografico.


Non ci consola sapere che il fenomeno riguarda anche altri paesi europei.
Anche in Germania, nell’ultimo anno, il saldo tra nati e morti è stato negativo.
Tuttavia, questo è stato compensato da un saldo migratorio fortemente positivo
(+476mila), che ha garantito una crescita della popolazione, in linea con
Francia e Regno Unito. Osservando la differenza tra nati e morti nel 2017
(saldo naturale), appare una netta frattura tra i Paesi europei. Infatti, la
crescita demografica più forte si registra in Francia (+164.600) e Regno Unito
(+147.900). Positivi anche altri Paesi del Nord come Irlanda, Svezia, Danimarca,
Belgio e Paesi Bassi. Situazione opposta invece tra i Paesi dell’Europa
meridionale (Portogallo, Spagna, Grecia), i Paesi baltici e quelli dell’Est
(Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia).
Senza figli l’Europa è più povera, titolava giustamente alcuni giorni fa il
quotidiano l’Avvenire, facendo riferimento ad un documento di quest’anno della
Fondazione Schuman. L’inverno demografico ha importanti effetti, com’è noto, sull’economie
dei paesi, in particolar modo sui consumi e quindi sul PIL. Non a caso in
questi mesi, nel corso delle rievocazioni del ’68, è stato più volte ricordato –
soprattutto dagli storici Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, e Agostino Giovagnoli – l’aspetto
demografico della contestazione giovanile: i giovani nati dopo la seconda
guerra mondiale costituirono una generazione molto numerosa con un peso sociale
ed economico decisamente superiore ad altre generazioni. Il baby boomprodusse uno spettacolare ringiovanimento della popolazione” e “diede ai giovani un potere sconosciuto ad
altre generazioni. Ad accorgersi del loro e delle loro capacità di spesa fu
innanzitutto il mercato”.
Negli anni cinquanta e, soprattutto, negli anni
sessanta si sviluppò un’attenzione specifica per i consumi dei teenager per i
loro gusti in tema di abbigliamento, divertimenti, cultura. I giovani trovarono
– sostiene Giovagnoli – “osservatori
interessati a coglierne tendenze, atteggiamenti, scelte. Avvertirono che, come
consumatori, veniva loro riconosciuto un qualche potere contrattuale.
Cominciarono perciò a concepirsi come parte di una collettività”.


Tornando ai dati dell’inverno demografico in Europa, alcuni sono degni di
nota: 5,1 milioni di nascite in Europa nel 2017 a fronte di 5,3 milioni di
morti; 1,6 è il numero medio di figli per donna in Europa (solo la Francia è a
1,9); 49 milioni sono le persone in età lavorativa che si stima che l’Europa perderà
entro il 2050; si prevedono 2 europei in età da lavoro per ogni over 65 nel
2070, oggi sono 3,3. In Italia, invece, per il 2070 si prevedono meno di 55
milioni persone, nel 2016 la popolazione italiana era a 60,8 milioni; 120.000
nascite in meno ci sono state nel nostro paese nel 2017 rispetto al 2008.
Gli esperti concordano nel ritenere che non c’è una sola causa che spiega
il calo delle nascite, come del resto non esiste un’unica soluzione. Né è
possibile credere di ribaltare la tendenza demografica in breve tempo, come
talvolta siamo abituati a credere di fronte alle principali emergenze (troppo
spesso su alcune emergenze come sanità, scuola, migranti, ascoltiamo soluzioni roboanti
e rapide). A mio parere, si tende a non dar il giusto rilievo all’elemento
culturale, oltre alle ragioni economiche e materiali. Basti pensare al calo dei
matrimoni che rivela quanto sia poco condivisa la stabilità dei legami
affettivi. Si allunga, inoltre, sempre di più la lista delle condizioni che si
ritiene vadano soddisfatte prima della nascita di un figlio (prospettiva
decisamente assente per coloro che sono stai genitori negli cinquanta e
sessanta). Troppo spesso il figlio sembra essere un “optional” da aggiungere ad
altre cose intese come irrinunciabili. In altri termini, occorre porre le basi
per cambiare la prospettiva culturale. Prospettiva difficile da pensare in un
paese come il nostro in preda – come ci ha sapientemente e puntualmente
descritto il CENSIS –  ad una continua “caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria
‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si
dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il
processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive
di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione
europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una
condizione socio-economica migliore di quella dei genitori”.
Certo siamo pieni di paradossi, come direbbe Vincenzo Paglia, autore di uno
splendido libro – è proprio il caso dirlo – dal titolo Vivere per sempre che ben potrebbe attagliarsi al nostro tema. Ma è
così – aggiunge Paglia – che siamo irriducibilmente “umani”.
Non siamo nati semplicemente per assecondare la vita, siamo nati per
fronteggiarla, per aiutarla, per trasformarla, per renderla migliore per tutti
e particolarmente per chi fa più fatica a viverla, sostiene il vescovo Paglia: “Vale la pena spendere così la propria vita,
anche se richiede una responsabilità davvero impegnativa. Il senso della vita
che noi cerchiamo incessantemente è anche quello che orienta il nostro
desiderio più profondo. Una volta che siamo entrati nella dimensione del
linguaggio – ossia degli affetti e dei pensieri umani – non possiamo fare
nessuna esperienza della vita senza riconoscere in essa una vicinanza, o una
lontananza, dal giusto senso che la vita dovrebbe avere, per essere come deve
essere. Siamo l’unica creatura in grado di pensare e di dire: «Non dovrebbe
accadere», «Non è giusto che accada», anche di fronte all’inevitabile o
all’irreparabile”
.

Antonio Salvati

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